Boxeurs. Quattro buoni motivi per non perdere lo spettacolo

Catania – Perché andare a vedere Boxeurs, il prossimo 25 ottobre (ore 21) al Centro culturale Zo? Le ragioni per definire imperdibile questo appuntamento con l’associazione culturale Nèon teatro sono molteplici, parola di chi ha già assistito e prova ora a comporle come fossero tessere di un mosaico.

Andateci se avete voglia di prendervi dei “pugni allo stomaco” ben assestati. Sono metaforici, intendiamoci! Di quei pugni necessari, quando si corre il rischio di intorpidirsi l’anima, sotto l’effetto di narcotizzante buonismo. In un fittizio ring, in cui protagonista è la vita cruda, il lavoro firmato da Monica Felloni distribuisce diretti, ganci e montanti – metaforici! – avvalendosi della nobile arte della boxe – quasi metaforica. L’arbitro no, è proprio Roberto Camelia! –, in un tripudio di rosso sangue e passione che si fa esaltazione della vita stessa.

Andateci se avete voglia di ascoltare testi di una prorompente bellezza – Franco Arminio, Fëdor Dostoevskij, Calderòn de la Barca, Jonathan Safran Foer, Rosi Li Greggi, Piero Ristagno, Federico Ristagno, bastano? – pronunciati da improbabili sparring partner. Perché “improbabili”? Nel ring, in bilico costante tra edonistico individualismo e solipsistico pregiudizio non ci si aspetterebbe che disabili in scena siano narratori di vita, in una coralità inizialmente scomposta, ma che si armonizza in un crescendo che non si fa mai omogeneo. Che senso avrebbe, del resto, l’omogeneo nella pura esaltazione della diversità? Diverso chi? e da chi? ci si chiede. Ognuno di noi, inchiodato al proprio percorso, è portatore sano di ricchissima diversità. Ognuno di noi traina e viene trainato, dà e riceve, nel pieno rispetto del proprio potenziale espressivo. Ognuno di noi, se vuole, sceglie di non essere più funambolo in bilico e di alzare lo sguardo oltre il muro rosso, il pregiudizio, per seguire estasiato la traiettoria segnata da quella carrozzina in corsa. Qui, nel lavoro della Felloni, il teatro si ricongiunge all’antica vocazione che lo ha generato. Quella propriamente maieutica.

Quali migliori aedi di loro, in perfetta congiunzione tra l’io e l’altro?

Andateci, se avete le orecchie fin troppo sature di chiacchiericcio vacuo e volete sostituirlo con il sussurro, il canto improvvisato di un eccellente Piero Ristagno, che tanto sublime rende la follia. Se avete voglia di ascoltare la potenza della musica. Lei sola, nel momento esatto in cui armonizza ogni movenza corporea, divenendo un unicum, destruttura il verbo e lascia che sia il corpo stesso a farsi parola. Più incisiva, più eloquente. Capace di tirare fuori l’Eros racchiuso in un paio di occhi grandi, un petto scarno, due braccia tese.

Andateci se volete fare a pezzi il pietismo ed assistere al miracolo dell’Arte. Nel continuo fermento di costruzione e decostruzione tra il corpo e la carrozzina. Passione e tecnica. Le video installazioni di Jessica Hauf arricchiscono il ring, sublimando le infinite potenzialità espressive di corpo e mente.

Riecheggiano le parole che pareva mi aspettassero, su quel muro di Catania nel 2001, in uno dei miei frequenti ritorni a casa: “schiacciati dalla moltitudine, comunque ci distinguiamo per la diversità dei colori che rappresentiamo”.

I motivi finiscono (volutamente) qui. Non posso raccontarvi tutto.

Andate.

Ah! Pare la chiamino teatroterapia. Io la chiamo vita.

Alessandra Maria