Mafia a Enna, si è aperto il processo per le estorsioni sui lavori della fibra ottica

Si è aperto ieri il processo per le presunte estorsioni mafiose di cui sarebbe stata vittima l’impresa ennese che si è occupata dei lavori di scavo e messa in opera della fibra ottica a Noto, Augusta, Palazzolo Acreide, Catania e Santa Maria di Licodia. Opere per cui l’imprenditore vittima, un ennese, si sarebbe trovato a pagare il conto a tutti i referenti di zona: i Cappello-Bonaccorsi per le cittadine del Siracusano, i Santapaola-Ercolano a Catania e Santa Maria. Al processo, che si celebra dinanzi al Tribunale di Enna, presieduto dal giudice Francesco Paolo Pitarresi, giudici a latere Andrea Agate e Erina Cirincione, l’accusa è sostenuta dal pubblico ministero Roberto Condorelli. E gli imputati sono sette, gli ennesi Salvatore La Delia, 66 anni, difeso dall’avvocato Sinuhe Curcuraci, ed Eduardo Mazza di 45, difeso dall’avvocato Piero Patti; e i catanesi Calogero Giuseppe Balsamo di 57 anni, difeso dall’avvocato Lucia D’Anna, Antonio Salvatore Medda, 54 anni, originario di Enna ma residente nel capoluogo catanese, difeso dall’avvocato Claudio Galletta, Angelo Tomaselli di 52 anni, difeso dall’avvocato Alessandro Fidone, il cinquantottenne catanese Filippo Scalogna, difeso dall’avvocato Salvatore Stelino, e il trentatreenne Antonio Privitelli, che risiede a Nicolosi, difeso dall’avvocato Freddoneve. In aula si è costituito parte civile l’imprenditore, assistito dall’avvocato Giovanni Palermo.

L’inchiesta, si ricorda, ha rivelato presunti intrecci mafiosi tra Cosa Nostra ennese e le organizzazioni riconducibili ai clan “Cappello-Bonaccorsi” e “Santapaola-Ercolano”, attive nel catanese e nei paesi etnei. Dalle attività investigative svolte dalla sezione criminalità organizzata della Squadra Mobile di Enna, diretta dal vicequestore Gabriele Presti e dal commissario capo Emanuele Vaccaro, sarebbe emerso che il corebusiness della mafia sarebbe lo stesso di sempre: le estorsioni ai danni degli imprenditori. E anche le tecniche usate non sono mutate rispetto al passato: la cosiddetta “messa a posto” sarebbe stata perpetrata ai danni di imprenditori edili, costretti a sborsare ingenti somme di denaro. Enna, per i clan del Catanese, sarebbe stata una zona cuscinetto, soprattutto per esigenze di natura logistica. Ma in questo caso i referenti del clan locale si sarebbero rivelati utili per riscuotere il pizzo ai danni di un imprenditore ennese.

Nel dettaglio, assieme a Mazza, Privitelli e Balsamo, La Delia è accusato di aver costretto l’imprenditore a pagare 8 mila euro, poco prima di Natale del 2016, per la “messa a posto” sui lavori a Noto, Augusta e Palazzolo Acreide, e che sarebbero finiti nelle casse del clan Cappello. In concorso con Tomaselli, Medda e Scalogna, invece La Delia è accusato di aver costretto mensilmente la vittima, da giugno a dicembre del 2017, a pagare a Cosa Nostra uno “stipendio” di 600 euro al mese, per i lavori svolti a Catania e Santa Maria di Licodia.