Il cuore che duole: il cordoglio anticipatorio

A cura del Dott. Angelo La Barbera, Psicologo Clinico

Per cuore che duole si intende tutte quelle reazioni, pensieri e stati d’animo che sperimentano le persone e i loro familiari che convivono con una malattia grave o terminale. Spesso, quando viene comunicata una diagnosi impietosa si vedono allontanare all’improvviso i loro bisogni irrinunciabili come la salute, la libertà, l’autonomia, il benessere, la tranquillità, la spensieratezza, la pace e si devono fare i conti con il demone della malattia che turba la quiete e minaccia il futuro.

La presenza di questo ospite sgradito procura un accavallarsi e alternarsi di stati d’animo come ad esempio ansia, angoscia, tristezza, smarrimento, senso di colpa, risentimento, depressione e sconforto.
Questi sentimenti all’evolversi della malattia si alternano con periodi di relativa tranquillità e rinnovato ottimismo con periodi di chiusura e scontrosità.

Il cordoglio viene definito “anticipatorio” quando è caratterizzato da un insieme di reazioni che anticipano gli stati d’animo sperimentati dinanzi all’ultimo distacco, cioè davanti alla morte.
L’evoluzione di una grave malattia, come il cancro, permette di rilevare diverse fasi dell’adattamento psicologico e mentale che coinvolge chi si trova a vivere questa situazione in prima persona.

La persona prova angustia e tensione a un verdetto che spera favorevole ma che teme che possa essere avverso. In seguito il dubbio si trasforma in certezza e si sviluppano diverse reazioni davanti a cambiamenti nel proprio stile di vita e nella propria progettualità. Poi vi è la speranza e la fiducia dinanzi agli interventi chemioterapici e radioterapici. Dopo un lungo periodo di terapie il paziente respira aria di soddisfazione e sollievo per i risultati ottenuti. L’auspicio è che le terapie abbiano risolto definitivamente il problema. In seguito può accadere che ricompaiono alcuni problemi e si rendono necessari ulteriori esami. Purtroppo si conferma un’ulteriore insorgenza della malattia. All’ombra dello sconforto e del disappunto si scopre che i farmaci assunti non debellano la malattia che avanza inesorabilmente, fino a consumare lentamente la persona.

La psichiatra Elisabeth Kubler Ross, dopo aver intervistato centinaia di persone in fase terminale, ha enucleato cinque fasi da loro sperimentate nel corso della malattia e specificamente: la negazione, la ribellione, il patteggiamento, la depressione, l’accettazione (Kubler Ross, 1976).

È utile ricordare che ogni malato rappresenta una storia a sé e che non esiste un percorso predefinito da seguire, quanto piuttosto ci sono reazioni da comprendere e accompagnare, che evolvono nel tempo.

Nello stesso reparto di ospedale si incontrano persone di diverse età, patologie ed estrazione sociale e culturale, che manifestano una varietà di atteggiamenti molto diversi dinanzi alla sofferenza. Dinanzi a essa e alla malattia i pazienti utilizzano diverse espressioni che comunicano come stanno vivendo l’esperienza, ad esempio alcuni la vivono come castigo o punizione, altri come scuola di vita, altri come opportunità di crescita. Queste diverse espressioni compendiano una varietà di prospettive dinanzi alla sofferenza. Se l’uomo non è libero di scegliere la malattia, è certamente libero di fare proprio un determinato atteggiamento dinanzi ad essa.

C’è chi trasforma la malattia in un calvario e chi in preghiera, chi non fa che piangere sulle proprie sventure e chi contribuisce a sorridere in mezzo alle difficoltà, chi non pensa che a sé e chi si prodiga per alleviare le preoccupazioni altrui, chi fa l’amore con la vita e chi non ha nessuno da amare, chi vuole essere consapevole di tutto e chi non vuole essere informato di nulla, chi ritiene che la morte sia contagiosa e chi la contempla come termine che dà la giusta prospettiva a ogni cosa.

Ognuno sceglie come reagire alle prove della vita. Non si può scegliere per gli altri. Coloro che accompagnano i malati possono contribuire all’assunzione di atteggiamenti costruttivi ( grazie anche all’intervento di un supporto psicologico da parte di uno psicologo) come ad esempio la presenza rassicurante, umana, rispettosa ed empatica che abbia come fine promuovere l’introspezione e aiuti il malato a far emergere le proprie risorse interiori.

Bibliografia:
– Kebers C. (1986), La sofferenza e la morte: come parlarne ai bambini e agli adulti, Torino, LDC.
– Kubler Ross E. (1976), La morte e il morire, Assisi, Cittadella.
– Maggiolini A. (2000), La santa paura, L’arte di morire, Milano, Mondadori.
– Nouwen H.J. (1983), Il guaritore ferito, Brescia, Queriniana.