Giovanna d’Arco/ ‘a Santuzza. Il teatro civile di Rapè debutta a Caltanissetta

Foto di InFedeForesta

Caltanissetta – Audace. Tale si potrebbe definire Giovanna d’Arco / ‘a Santuzza, regia e drammaturgia di Aldo Rapè, che ha debuttato domenica scorsa al teatro Regina Margherita di Caltanissetta. Audace nell’intento di scaturire quel turbamento utile alla riflessione critica. Audace la struttura circolare, che si realizza in un ampio flashback metaforico attorno alle macerie della Santuzza, debitamente riposte in uno zaino. Audace perché a raccontar di Sante nella quasi assenza di parola si sente il sapore di gesta eroiche, colme di pathos con attimi che carezzano la morte a palmi aperti e sovvertono così la visuale prospettica.

Chi ha varcato la soglia del teatro, convinto di assistere ad una ricostruzione storica della Pulzella d’Orléans, avrà probabilmente sperimentato proprio quel turbamento. Non siamo in Francia, ma in Sicilia. Una madre e le figlie si preparano ai solenni festeggiamenti della santa del paese, simbolo emblematico di una religiosità fatta anche di superstizione, di miti e credenze che fortificano l’identità popolare. La Santuzza – Santa Giovanna d’Arco – incarna la testimone inerme di un ossimoro.

La sacralità della dissacrazione passa attraverso la narrazione sottile delle gesta di Giovanna d’Arco, che attraverso la fede compattò, guidandole vittoriosamente, le armate francesi contro quelle inglesi durante la guerra dei Cent’anni. Sappiamo tutti la sorte dell’eroina d’Oltralpe, condannata al rogo ed arsa viva nel maggio del 1431. La Santa cattolica, fiera su un cavallo e con una spada e uno stendardo tra le mani, diventa emblema di follia, autenticità e tenera purezza. Troppa, per impugnare una spada, non è cosa di fimmini.

E il confronto tra le due dimensioni, quella più ampia della Pulzella e quella più angusta, fatta da litanìe e solennità svuotate del proprio contenuto, emerge come la vera costante dell’intera piéce, in un allestimento scenico volutamente spartano. È sopra, sotto, attorno alla vara della Santuzza che tutto si consuma. Nel microcosmo di una Sicilia matriarcale, la Passione cristiana accompagna e scandisce il tempo della sofferenza, all’ombra di un potere solenne temprato dalla disabilità.

È una narrazione affidata ai gesti, a quelle giaculatorie dai ritmi cadenzati, quasi a volerne ribadire l’automatismo nichilista. È Giovanna che sente voci celestiali, che volteggia con l’arcangelo Michele – una sorta di “pupo”, trait d’union tra umano e divino – in perfetta solitudine, contrapposta alle sorelle. E queste ultime, identità soverchiate dal rito, si compattano in un unicum. Un coro femmineo che, al pari delle Moire, regge il filo della sorte, ne traccia la direzione, lo recide.

Tutto converge nell’esaltazione della contrapposizione: i corpi, proni o impettiti, comunque rigidi nella fissità, fanno da contraltare all’alternanza di movenze convulse e frenetiche, ai toni acuti e gravi delle voci inquisitorie che stanno per ultimare la cannibalizzazione di Giovanna. Quei guanti bianchi, altro riferimento culturale alle Maestranze, indossati nell’imminenza della processione e del “misfatto” – quando, cioè, la Santuzza cade dalla vara– paiono quasi voler dispensare la purezza narrata dal dogma, come a prendere le distanze e non sentire la colpa per la morte che stanno per elargire.

Qui è evidente il tocco di fioretto voluto dal regista: la drammaturgia è anche frutto di un intenso lavoro di ricerca interiore, nonché di approfondimento e studio – con un cast composto da sole attrici siciliane – di testi inerenti il mito di Giovanna d’Arco.

La Pulzella d’Orléans, nella cui interpretazione si alternano tutte, non lascia più umana traccia di sé, finendo nella distruzione perpetrata dalla sua famiglia. Le musiche, composte da Aldo Giordano, rappresentano il giusto viatico verso la piena comprensione di quella che si rivela come ardua prova attoriale, ampiamente superata. Il resto delle musiche non originali rappresenta il motivo per cui il lavoro di Rapè non è perfetto, ma perfettibile. Buona la scelta di Paolo Fresu, capace di avvolgere morbidamente l’animo devastato dal martirio. Le musiche tratte dal film The Passion rischiano di contaminare tuttavia l’unicità della piéce, percorrendo il limite sottile della retorica. Perfetta la conclusione con Enzo Avitabile, quale ulteriore chiave interpretativa del senso più profondo:“…addo tutt’e l’acque un tena culore/addo tutti i ciel cercan’aiut/sott’a nu nomm o na parol/
a nomm’e Dio i mor i mor”.

Carezzando la morte a palmi aperti, si scriveva in apertura, in un lento processo autodistruttivo dove emerge con forza il dubbio principale: avere fede perché Dio esiste o vivere quotidianamente perché Dio esista? L’uomo cerca più Dio o il miracolo?

Non ci si aspetti risposta a simili quesiti, tutto è irrisolto e non a caso. È teatro civile, in quel senso letterale che lo stesso Aldo Rapè intendeva. Come un costante movimento tellurico, il teatro civile non è assertivo. È, semmai, il solo capace di creare nuove falde nella coscienza individuale.

Alessandra Maria

Cast: Alessandra Falci, Anita Indigeno, Iridiana Petrone, Floriana Sabato, Rita Salonia, Doriana Li Fauci

Assistente alla regia e scene: Chiara Amorelli

Musiche originali: Aldo Giordano e Zafarà

Fotografie di scena: Maurizio Vetri

Produzione esecutiva: TEATRI DEL CIELO / PRIMAQUINTA

Distribuzione:  Walter Amorelli