Orfani di femminicidio. Orfani di tutto. Orfani di nessuno

di Angela L. Di Fazio

Ogni anno, in Italia,  sono circa centocinquanta i minori che, sopravvissuti alla morte della madre per mano del padre, diventano orfani secondari. Ogni storia è diversa, ma paradossalmente anche piuttosto simile alle altre. Quando la  violenza irrompe devastante nelle relazioni di intimità, quando si consuma con gesti estremi nelle famiglie, bambini o adolescenti sono i testimoni, i sopravvissuti, sradicati dagli affetti più profondi, mentre il buio cala sulle loro vite.

Sono tre i protagonisti di questi delitti: l’uccisore, la donna uccisa ed i loro figli.

E sono questi ultimi le vittime “altre” del femminicidio. Vittime ed orfani in una sola volta.  Bambini e adolescenti  travolti dall’orrore di una violenza che confonde l’amore con il possesso.  Vittime taciute, che non sono sotto i riflettori, perché minorenni. Le cronache non parlano mai di loro; la stampa focalizza l’attenzione sulla donna uccisa e sul suo carnefice, trascurando la stretta associazione tra una madre e i suoi figli.

Quasi sempre il padre è arrestato e condannato, con conseguente perdita della potestà genitoriale.  Di questi bambini nessuno si preoccupa: spenti i clamori mediatici, che si occupano con morbosa pedanteria solo dell’evento delittuoso, è rarissimo che sui mezzi di comunicazione si faccia riferimento alla loro vita futura. Per lo più, si ignora anche quanti siano questi bambini e ragazzi. Abbiamo scritto “circa”, infatti.

Quali competenze esistenziali hanno questi ragazzi? Che sostegno dà loro la società per superare il trauma di un padre che uccide la propria madre? Che strumenti abbiamo noi che ci occupiamo di educazione e di protezione sociale per metterli al sicuro dalle conseguenze del dolore associato alla perdita di entrambi i genitori in circostanze tragiche e violente, per ripararli dall’incertezza rispetto al futuro, dalla gestione di profondi conflitti interiori quali l’amore per il padre e l’orrore per il gesto che ha compiuto?

Minori a rischio, esattamente come tutti gli altri, catapultati d’improvviso in percorsi fatti di servizi sociali, affidamenti, adozioni, tribunali dei minori. Spesso soli davanti a problemi economici, senza nessun supporto psicologico, in balia della totale discrezionalità dei giudici minorili.

Sono bambini la cui infanzia è segnata dalla tragedia e dal dolore ed il cui futuro non ha più un percorso chiaro e lineare, sia sul piano affettivo che identitario.

Un comune denominatore lega le loro sorti in modo sottile: l’impreparazione di chi se ne prende cura o di chi li prende in affidamento e l’inadeguatezza o addirittura l’inesistenza delle risorse messe in campo per aiutarli efficacemente.

I casi che riguardano gli orfani di femminicidio vengono trattati erroneamente dai tribunali dei minorenni alla stregua degli altri.  Ma le loro, sono storie diverse. Alcuni hanno perso entrambi i genitori altri li hanno persi ma non nel modo tradizionale e  dovranno transitare da un processo psichico molto difficoltoso ed ambivalente ed essere aiutati nella loro futura ricostruzione psicosociale.

I familiari  a cui i tribunali danno in affidamento  gli orfani sono stati colpiti anche loro dal lutto ed hanno bisogno di rielaborarlo; sono nonni costretti a sopravvivere al dolore della perdita della figlia e a riattribuirsi un ruolo, quello genitoriale, che credevano non gli appartenesse più.

Spesso, inoltre, l’affido ai nonni comporta la condivisione di una condizione economica fragile, talora  quasi al limite della povertà.

Non sempre i parenti a cui vengono affidati sono nelle condizioni di garantire linee educative tali da evitare ogni forma di alienazione genitoriale verso il padre, che seppur colpevole di un atroce delitto, rimane tale.  E altre volte non riescono a offrire il sostegno psicologico necessario all’elaborazione del lutto e a sostenere un vero e proprio processo di resilienza nei minori.

L’altra soluzione spesso individuata dai Tribunali per i minorenni è l’affido preadottivo e, in un secondo tempo, l’adozione da parte di famiglie disponibili ad accogliere ragazzi problematici.

La decisione comunque è discrezionalità dei giudici. Una soluzione quest’ultima,  che se da un lato ha l’obiettivo di dare un equilibrio familiare ai bambini, dall’altro significa un ulteriore “taglio” inflitto a questi  che perdono in tal modo anche gli ultimi legami e le relazioni con la famiglia, più o meno allargata, biologica.

E’ necessario dunque interrogarsi per mettere in campo azioni e interventi adeguati che  riducano il più possibile il devastante impatto negativo del trauma, cercare strumenti e coltivare conoscenze per rilevare le reali necessità e bisogni di bambini e adolescenti vittime di femminicidio. Occorrono  un linguaggio comune e prassi operative condivise da diffondere per affrontare il problema in maniera efficace.

Senza tutto questo quei minori rimarranno orfani di femminicidio, orfani di tutto, orfani di nessuno.