di Giovanni Vitale

“Non si può non comunicare” è un principio, potremmo dire un assioma, della comunicazione. In effetti anche i silenzi, nel corso delle relazioni umane, significano qualcosa, talvolta più delle parole. Ciò è ben sintetizzato dal vecchio detto popolare siciliano secondo cui “la parola migliore è quella che non si dice”!
Presenza e assenza in logica possono assumere il significato di ‘vero e falso’, da cui derivano le algebre booleane che sono fondamentali per i linguaggi di programmazione digitale. Diventano i ‘1 e 0’ del sistema numerico binario (bit) che, trasformati in ‘acceso e spento’ costituiscono la base su cui si sviluppano i circuiti elettronici integrati, i microchip.
La linguistica moderna ha indagato a fondo il senso ed il valore di “ciò che non si dice”. Lo studio di riferimento è quello del francese O. Ducrot che nel suo ‘Dire et ne pas dire’ del 1972 ne ha elaborato lo schema di base, distinguendo il ‘presupposto’, il ‘posto’ e l’’implicito’. Contrariamente ai primi due casi, con l’implicito, che non viene espresso dal parlante, ci si astiene dalla responsabilità di quanto affermiamo. Con ciò evitiamo di asserirne la validità, cioè la verità e, dunque, lo rendiamo non contestabile; quel che diciamo non si presta cioè alla contro argomentazione che, qualora avvenga, può essere lecitamente additata come arbitraria.
Naturalmente ciò diventa molto più complesso se non ci si riferisce alla scrittura ma al parlato, tanto più in presenza. La semiologia ha sviluppato una branca specifica per indagare su tali fenomeni: la prossemica. Essa studia i gesti, il comportamento, lo spazio e le distanze all’interno di una comunicazione, sia verbale sia non verbale.”
Se, come da più fonti attestato, in presenza esprimiamo con le parole appena il 20% circa di ciò che comunichiamo, mentre il resto riguarda la mimica facciale, lo sguardo, i gesti, i movimenti e la postura del corpo, ecco che parecchio di ciò di cui abitualmente parliamo… non lo diciamo!