di Giovanni Vitale

“Poiché nulla è concluso e fatto per sempre, in angoli come questi si riconosce a malapena fra quel che deve essere ancora costruito e quel che già è caduto in rovina. Porosità significa non solo, o non tanto, l’indolenza meridionale nell’operare, bensì piuttosto, e soprattutto, l’eterna passione per l’improvvisare (…) Anche l’esistenza più miserabile è sovrana nell’ambigua, oscura consapevolezza di far parte, con tutto il suo degrado, di una di quelle irripetibili scene di vita di strada napoletana; e di poter godere, nel pieno della sua povertà, dell’ozio necessario per il grandioso scenario.”
Così W. Benjamin – parlando di Napoli ma quel che dice diverrà poi caratterizzante per l’Italia intera e tutta la “mediterraneità” -, spiega come la ‘porosità’ è più che una metafora e va oltre la dialettica estetica, pur fermandosi prima: tesi ed antitesi convivono, compenetrandosi senza collassare nelle strettoie della sintesi! Ciò è anche spunto critico verso un ‘materialismo storico’ che, nel caso, non coglie pienamente il senso estetico delle avanguardie artistiche. C’è già, nella ‘non risoluzione dialettica’ della porosità, appunto, quella “vicinanza-lontananza” che mitizza l’opera d’arte classica nella sua unicità e che si proietta nella indistinguibilità della “riproducibilità tecnica” tipica della società medializzata, in cui l’idea stessa di ‘classe’ diventa ‘fluida’ e rinuncia alla categoria dell’appartenenza sociale che ne fonderebbe il “destino” rivoluzionario.
In tale prospettiva, che la critica attribuisce ad una visione “messianica” alternativa a quella “storica deterministica”, è forse individuabile anche certa riflessione contemporanea sull’ecumenismo religioso, con le sue contraddizioni che, a taluni, appaiono inconciliabili ma che, come lo è stato per le ‘avanguardie fasciste e marxiste’ nell’arte, costituirebbe solo il “rispecchiamento” della percezione umana tipica della cultura di un’epoca.
Così, infatti, se la produzione ed il consumo di massa dell’arte perde l’Aura dell’unicità che contraddistingue quella classica, ne acquista valore quella, ad esempio, del Neorealismo cinematografico o, venendo ai nostri giorni, quella che con la ‘realtà virtuale’, l’elaborazione digitale e l’Intelligenza Artificiale realizza opere d’indubbia creatività ed ingegno, sostituendo a pennelli e scalpelli, le fotocamere e gli algoritmi.