di Giovanni Vitale
Che la nostra vita possa essere solo un sogno o una qualche proiezione della mente, anziché quel che consideriamo realtà, è stato immaginato più volte ed anche se potrebbe sembrare un problema banale, di fatto, non lo è per nulla.
Non a caso, ‘La vita è sogno’ di C. de La Barca è considerato fra i più grandi capolavori dell’arte drammaturgica, sia per la bellezza del testo che per la profondità del tema trattato. Essendo stato scritto negli anni 30 del ‘600 è unanimemente considerato l’emblema della letteratura barocca, di quel modo di “sentire” e che di quella visone dell’arte esprime le tematiche più incisive.
Naturalmente la problematica investe anche gran parte del pensiero filosofico occidentale e sono talmente tanti coloro che ci si sono cimentati che sarebbe davvero improbo il solo accennarli!
La questione è riemersa in modi originali verso la metà del secolo scorso, allorché vennero realizzate le prime macchine computazionali. Venne piuttosto spontaneo paragonare la macchina (hardware) e i programmi che ne sviluppavano le funzioni (software) con il cervello umano e la mente. Ne è seguito un dibattito che, in vari modi, continua fino ad ora. A un certo punto c’è stato perfino chi (D. Dennett) ha fatto l’esempio scettico secondo cui, per quel che ne sappiamo, potremmo tutti essere “cervelli in una vasca”, alimentati artificialmente, collegati a un supercomputer che ne controllerebbe ogni azione e pensiero. Così ogni aspetto della vita umana non sarebbe altro che una finzione, la “rappresentazione” di tutto quel che crediamo reale, sentimenti ed emozioni comprese. L’idea è parsa talmente affascinante da fornire lo spunto, fra i tanti, al famoso film di fantascienza ‘Matrix’, magistralmente interpretato da Keanu Reeves e talmente apprezzato da farne produrre un’intera serie.
Tornando all’esempio, c’è stato però H. Putnam che ne ha fatto un vero e proprio esperimento mentale (gedankenexperiment) giusto per dimostrare l’inconsistenza dello scetticismo. Se fossimo solo quei cervelli ammollo, infatti, non ci sarebbe alcun motivo per chiederci “chi e cosa siamo” e, ancor più importante, non avremmo alcun riferimento alla realtà il ché, come egli stesso ha dimostrato insieme a S. Kripke, è assolutamente falso! Di più, ancora, dice Putnam: “Kant pensava alla conoscenza come a una «rappresentazione» – a una specie di commedia. L’autore è l’io. Ma l’autore appare anche nella commedia nei panni di un personaggio (come in una commedia pirandelliana). L’autore nella commedia non è l’autore «reale» – «è l’io empirico». L’autore «reale» è l’«io trascendentale».
Io vorrei modificare l’immagine di Kant in due modi. Gli autori (al plurale – la mia immagine di conoscenza è sociale) non scrivono semplicemente una storia: ne scrivono molte versioni. E gli autori nelle storie sono gli autori reali. Il che sarebbe «irragionevole» se queste storie fossero finzioni. Un personaggio della fantasia non può essere anche un autore reale. Ma queste sono storie vere” (H. Putnam, Verità e Etica, p. 160, 1982, il Saggiatore).
Insomma, e per concludere, possiamo immaginare quel che ci pare ma oltre i nostri pensieri e sogni, nonché la capacità di creare marchingegni per rappresentarli, c’è anche una realtà, vera, con cui bisogna pur fare i conti!



