di Giovanni Vitale
Da sempre i sopraffattori, intesi come popoli o regni che ne hanno sottomessi altri, nel depredare i beni agli sconfitti, hanno messo una certa cura nel prenderne la conoscenza di cui siano stati in grado di valutare il valore, sia in termini di utilizzo pratico che culturale.
Il saper appropriarsi, integrandola nella propria cultura, della conoscenza straniera, sia essa sotto forma di oggetti che di persone che ne detenessero le competenze, è quel che ha reso grandi e facoltosi gli imperi.
Così sappiamo che la conoscenza è appartenuta a chi l’ha conquistata, il ché d’altronde pur intesa in senso figurale, vale anche a livello personale: è con impegno, ingegno e desiderio di “appropriazione” che si realizza la conoscenza che vada oltre la mera esperienza di vita. Conoscenza che si deposita e sedimenta nella memoria e che, socialmente, si concretizza in determinate opere. A parte le opere che si impiantano e consegnano ai territori, ingegneristiche o architettoniche, le altre solitamente si raccolgono in biblioteche o musei. Pratiche piuttosto antiche ma, a ben considerare, nemmeno poi tanto. Anzi si è reso necessario un certo livello di evoluzione sociale e civile, in senso lato quanto si vuole, perché ciò sia potuto accadere.
E un grado ancora maggiore di civilizzazione s’è reso necessario affinché per quelle raccolte emergesse il “bisogno” di istituzionalizzarle e renderle pubblicamente disponibili. Gli esempi di ciò sono tanti ma basti per tutti quello più noto, cioè quello di Alessandria d’Egitto realizzato da Tolomeo I. L’esempio non è scelto a caso perché ci presenta un ulteriore problema riguardo alla ‘conservazione’ della conoscenza: la salvaguardia per le generazioni future e, conseguentemente, quanto ciò sia importante e precario!
Ciò, poi, ci presenta un’altra questione, ovvero di chi sia legittimato a farlo. Proprio in questi giorni di celebrazioni napoleoniche può capitare d’imbattersi in quella che, al tempo, fu una rilevante problematica. A seguito delle “spoliazioni” ed accaparramenti dell’esercito francese di opere dai territori occupati, a fronte di chi ne legittimava l’azione in nome della “libertà” che la Francia inalberava a vessillo di conquista, ci fu invece chi osservò come le deportazioni di quelle opere impoverissero il territorio da cui venivano asportate. I primi affermavano che il portarle nella ‘terra dei lumi’ e della libertà dei popoli, facendone ‘res pubblica’, era un dovere rivoluzionario; d’altra parte si sostenne che così si menomavano i popoli a cui si sottraevano elementi essenziali di emancipazione.
Da una parte fieri rivoluzionari, come A. G. de Kersaint e J.L. Barbier, che sostenevano il ruolo storico della Francia alla cui luce liberale dovessero guardare, educandosi, le genti d’ogni nazione e che per farlo dovessero, quasi in mistico pellegrinaggio, recarsi al Louvre di Parigi; mentre dall’altra A.C.Q. de Quincy e F. de Miranda che, invece, ne sostennero coraggiosamente l’illegittimità, nonché l’importanza del permanere nei luoghi originari delle opere, rilevando l’importanza del ‘contesto territoriale’ e così ponendo, peraltro, le basi per il concetto stesso di tutela culturale ed ambientale! Non solo, è sui concetti enunciati da questi ultimi che dopo la Restaurazione poté, storicamente per la prima volta, porsi il problema e la fattibilità della restituzione dei ‘beni culturali’ oltre a quelli territoriali.
Oggi, con il digitale e Internet, la conservazione e la fruizione dei beni culturali sta nuovamente cambiando modalità. Ferma restando l’importanza ed insostituibilità di consultare “in presenza” un’opera culturale, sia essa un libro, un quadro o un’opera artistica d’altro genere, è indubbio che la delocalizzazione virtuale delle stesse stia dando un notevole contributo alla visione e comprensione di essi, dunque della conoscenza in generale.
E giusto per finire con una nota d’ottimismo, un aspetto “virtuoso” dell’emergenza pandemica è certamente la spinta verso un maggiore impegno intellettuale ed economico in tal senso.



