di Salvo La Porta
Sperava che in tutto quel trambusto di nomine il Vescovo, che peraltro era anche amico dei suoi genitori, lo avesse valorizzato meglio, destinandolo ad un ruolo di più alta considerazione tra il clero e maggiore prestigio tra i fedeli.
Per carità, era felice di dedicarsi ai confrati della Mercede; ma sentiva di potere svolgere la sua missione con maggiore efficacia, se gli fosse stato consentito di mettere fuori tutte le sue potenziali capacità al servizio della comunità cittadina.
Certo, l’ Arcipretura non gli sarebbe dispiaciuta….ma l’ Arciprete era ancora giovane (e in buona, ottima salute!) e, inoltre, l’Arciprete della Matrice non poteva essere estromesso “a quei tempi” dal suo incarico come un mazzo di cavoli.
Non aveva alcuna velleità di comando, se non l’ardore di operare per la maggior gloria di Dio; “ad majorem gloriam Dei!”, roboava tra sé e sé, figurandosi già rivestito della mozzetta violacea e della stola ricamata d’oro zecchino, con in capo la mitra arcipretale, mentre era solennemente intronizzato sull’altare maggiore della Matrice, ai piedi della “Matri o’ Carminu”.
Voleva solo lavorare per il bene delle anime e fare la volontà di Dio; se, alla fine, la volontà di Dio coincideva con il suo desiderio, che male ci poteva essere?
Da questo sacro fuoco era Silvestre divorato e non riusciva a trovare qualcuno, a cui chiedere aiuto, con cui confrontarsi, confidarsi….confessarsi.
I suoi confratelli preti? Neanche a parlarne.
Sarebbe potuto andare, ancora una volta, ai Cappuccini, dal padre Bonaventura.
“ Sicuru”, rifletteva, “ pi’ sentimi diri: patruzzu, chi va’ circannu? vossa talìa a san Franciscu!”
Con quella benedetta fissa della povertà e dell’obbedienza francescana, quello non gli sarebbe stato di alcuno aiuto. Anzi.
Decise, quindi, di recarsi a Catania da fra’ Maria Angelico che, in fin dei conti, era stato il pigmalione della sua giovanile vocazione domenicana e con l’occasione fare visita alle sorelle Rappè e giocare un po’ con il piccolo Tommaso.
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Di buon mattino verso le cinque, Gaetano Lavitola passò a prenderlo a Milocca, per essere in via Gisira alle otto circa.
Con l’aiuto di Vicinzina e di Gaetano scaricò dalla macchina tutto quel ben di Dio, che avevano portato dalla campagna e di corsa salì le scale di casa Rappè con in braccio Masino che, intanto, si era precipitato a saltargli addosso.
In cucina, Vicinzina aveva già messo a bollire l’acqua del caffè e sistemate le tazzine sul tavolo.
“ Ci voli assai pi’ stu cafè?”, quindi fece con l’aria del padrone di casa Silvestre alla domestica, che si era messa a pulire la scalora.
“ Un minutu”, ribattè quella con aria maliziosamente sorniona dopo essersi lavate le mani e, prendendo il colino da un cassetto della credenza, continuò strizzando l’occhio all’autista, “ mi stuiu i manu e…u culu”.
Seguì una risatina d’intesa generale e tutti sorbirono il caffè, accompagnandolo con le freschissime giammelle, che donna Sarina aveva preparato la sera prima.
“ Tanu’, sacciu ca hai ddu travagghieddu in via Coppola numero sei” disse poi il religioso con aria complice a Gaetano, “ vattinni e mi passi a pigghi a menziuornu”.
A mezzogiorno in punto, mentre le campane della Cattedrale di Catania invitavano alla recita dell’ Angelus, la macchina era già davanti al portone di via Gisira ad aspettare Silvestre, che vi montò su dopo avere rivolto un ultimo saluto alla famigliola affacciatasi al balcone, per vederlo andar via.
Ebbe un tuffo al cuore, quando il portinaio con i modi affettuosi, che si riservano alle persone di famiglia, lo introdusse nel chiostro.
“ Tutta curpa di dda rannissima bu… di Carmillina! o Signuri, pirdunatimi; ma Vui u’ sapiti si dicu minzogna”, non potè fare a meno di pensare.
Chiese, poi, di fra’ Maria Angelico e subito lo stesso portinaio lo invitò a seguirlo sino all’ ampia cucina.
Quello era il luogo in cui il frate ( al secolo Giuseppe Lagati ) sostava con maggiore frequenza, essendo sovraintendente al vitto dei domenicani.
Lo trovarono a tavola, che si spolpava una coscia di pollo, innaffiandola di vino rosso, che beveva a lunghi sorsi direttamente dal boccale.
All’ apparire di Silvestre, fece vista di alzarsi; ma quello non gliene diede il tempo e gli si avvicinò, per baciargli la mano che, frettolosamente, con la sua solita, sonora, grassa risata, fra’ Maria Angelico aveva già strofinato sull’abito, per pulirla dell’unto.
Si scambiarono, quindi, le ultime novità del paese e quelle del chiostro e, “ cu ti ci porta a Catania, accussì a morti buttana?” tuonò il frate, rivolgendosi al suo tanto gradito quanto inaspettato visitatore.
Silvestre non si fece pregare e per filo e per segno raccontò quello che era successo nella Chiesa leonfortese e come lui si sentisse ignorato, se non addirittura mortificato, da quegli improvvisi e ingiustificati provvedimenti.
“ Chi ci vo’ fari figghiu? Chisti su’ i parrina…ma tu chi t’aspittavi? Nun lu sai ca hai i carti macchiati? Fa’ passari quarchi annu, quantu su scordinu…intantu va’ parra co’ Viscuvu!”
Fu la risposta che ebbe a conforto delle sue geremiadi.
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Non ci fu bisogno neppure di recarsi a Nicosia, per parlare con il Vescovo, perchè fu lui che, venendo in visita pastorale nella vicina Assoro, lo mandò a chiamare, fissandogli un appuntamento presso la sacrestia della basilica di San Leone, per le undici e mezzo del sabato successivo.
Silvestre, come era sua abitudine, arrivò in chiesa in anticipo, alle undici e dieci; si inginocchiò in preghiera davanti al Santissimo con un occhio sempre rivolto alla porta della sacrestìa, che gli consentì di vedere uscire le stesse tre medesime suore salesiane, che aveva incontrato in Vescovado.
“ Matruzza mia, chiù brutti di l’autra vota su’“ fece, mentre cercava di scacciare il cattivo pensiero con uno sgangherato segno di croce.
Alle undici e ventinove, era già che bussava alla porta, per essere immediatamente ammesso al cospetto di Sua Eccellenza al quale, inginocchiatosi, baciò l’anello.
Invitato ad alzarsi e ad accomodarsi con paterna benvolenza, stava per osare “ Eccellenza…” , quando l’ alto prelato subito lo zittì, “ so tutto ma, figghiu miu, non lo sai che hai i carti macchiati? ( sembrava si fossero messi d’accordo con fra’ Maria Angelico) non avere fretta. Don Nenè Delonghis beneficiale di San Giuseppe è vecchio e sta male….vieni è l’ora dell’ Angelus!”
Insieme al clero ed ai fedeli assorini, don Silvestre recitò la preghiera mariana, alla fine della quale, rassegnato e rasserenato prese la strada per Leonforte.
La sera, come al solito, insieme a Padre Varano era già al Casino dei Nobili, ancora una volta determinato a trovare i due polli da spennare a briscola.
Nessuno, però, si volle cimentare; né si era potuto formare alcun altro partito di gioco.
Molti erano assorti nei propri pensieri con il loro nobile deretano sprofondato sulle comode poltrone di velluto rosso, il Presidente faceva avanti e indietro dalla stanza della carambola contando le mattonelle di marmo bianco e nero, mentre ad un tavolo il Barone di Valentino si cimentava in un solitario, assistito da Giovannino Valentìa, che si divertiva a fargli sbagliare le mosse.
Una serata come tante; una di quelle serate, in cui sembra non debba succedere niente. Una serata monotona, noiosa, triste…… funerea!
Quando, all’improvviso, si sentirono le urla strazianti di alcune donne che, ammantate di nero, si erano affacciate dal balcone del palazzo di fronte, che “ittavanu i vuci”, battendosi il petto e percuotendosi il corpo.
Erano le prefiche, le piangenti, i ciancituri, che le famiglie benestanti assoldavano per piangere e per strillare le lodi di un caro estinto, morto qualche ora prima e già sistemato sul letto funebre.
Tutti si svegliarono dal loro torpore e si precipitarono fuori, cercando di capire chi fosse il morto, i passanti con lo sguardo in su e terrorizzati da quelle urla si sforzavano anche loro di sapere…sino a quando si disse che era morto don Nenè Delonghis, beneficiale della chiesa di san Giuseppe.
Nell’ apprendere la ferale notizia, gli uomini sposati si affrettavano a toccarsi i gioielli strettamente personali gelosamente custoditi dentro le mutande , nel tentativo di scongiurare il detto, secondo il quale, “ quannu mori un parrinu, si porta appriessu setti patri di famigghia”.
I due preti neppure ci pensarono a toccarsi…..loro che avevano famiglia?
Accorsero, tuttavia, tra i primi, a portare il loro cristiano conforto agli affranti parenti; mai affranti quanto sembrava esserlo don Silvestre, che considerava in cuor suo “ ma chi fa, u’ sapia u’ Viscuvu ca chistu avìa murutu?”
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Anche gli altri, capeggiati dal Presidente, si affrettarono a salire le scale di palazzo Delonghis e tutti, davanti al cadavere, si sperticavano nel magnificare le doti morali e le virtù cristiane dell’ illustre e carissimo estinto.
Essendosi inoltrata la notte, molti cominciarono a congedarsi, sino a che non rimasero i congiunti più stretti e…il Barone di Valentino e Giovannino Valentìa, avendo intuito che a breve sarebbero arrivate le succulente vivande del primo di una lunga serie di “cuonsuli”, ai quali loro ( stante le ristrettezze dei tempi ) si erano già disposti a partecipare.
La veglia in casa si protrasse per ventiquattr’ore; dopo di che, il pianto straziante delle prèfiche segnò la copertura della bara, che fu accompagnata in Matrice, dove don Delonghi fu offerto alla venerazione dei fedeli.
Il Presidente del Casino ordinò che per tre giorni si oscurassero le vetrine sul Corso e che, sempre per tre giorni, fosse sospesa ogni attività, compresa quella del gioco delle carte.
Il funerale fu celebrato solennemente dal Vescovo in persona, il quale più d’una volta non mancò di lanciare un cenno d’intesa a don Silvestre e fu concluso da un corteo altrettanto solenne, al quale parteciparono gli orfanelli, tutti rigorosamente vestiti di nero; a seguire, le suore, i seminaristi, il clero con le cotte riccamente merlettate e le stole nere e i frati Cappuccini.
Dietro il feretro, portato a spalla, seguiva la banda musicale, che faceva spidugghiari l’anima al suono di “ Una lagrima sulla tomba di mia madre” di Vella e… una marea di popolo.
A sostenere il peso della cassa i parenti più stretti, due dei quali furono letteralmente scalzati da Giovannino Valentìa e dal Barone di Valentino, che si collocarono davanti, uno alla destra e l’altro a sinistra.
Giunti davanti al Casino dei Nobili, Giovannino fu come preso da una specie di raptus e, facendo leva tanto da potere da sotto guardare il Barone, ripetutamente bussò sotto la bara.
A sentire bussare, dopo un primo attimo di terribile comprensibile smarrimento, il Valentino abbassò il capo lui pure, riuscendo a fissare lo sguardo su quello del compagno, che con gli occhi lucidi lo salutò con il caratteristico verso, con il quale gli adulti si palesano improvvisamente ai piccoli….” cucù!!!”
Le lacrime, non certo di dolore, che impovvidamente inondarono gli occhi dei due compari, consigliarono loro di chiedere il cambio, per riparare fortunosamente presso il sicuro rifugio del Casino.



