di Piergiacomo La Via 

VICINI AL POPOLO PALESTINESE

In risposta ad uno spregevole ed ingiustificabile attacco terroristico ai kibbutz contro civili inermi, bambini e giovani, uccisi e sequestrati, Israele mette in atto una delle più terribili e vergognose rappresaglie della storia. Sulla striscia di Gaza, sempre contro una popolazione inerme, civili, donne e bambini, bombardando a tappeto case e palazzi, financo ospedali. Con l’inaccettabile giustificazione che la guerra serve per sgominare definitivamente Hamas e con il colpevole silenzio di Stati Uniti, Europa e, forse, di tutti noi, sono stati sterminati in pochissimo tempo e fino ad oggi oltre 25 mila palestinesi.

Non so quanti terroristi ci possano essere tra le vittime, forse qualche centinaio. So con certezza invece che moltissimi palestinesi, soprattutto giovani, aderiranno ad Hamas o ad altre organizzazioni terroristiche, come unica scelta possibile per la sopravvivenza di un popolo. Uno dei politici italiani più noti, parecchio tempo fa, dopo aver visitato i campi profughi di Sabra e Chatila, ebbe a dire in Senato «credo che ognuno di noi, se fosse nato in un campo di concentramento e non avesse da cinquant’anni nessuna prospettiva da dare ai figli, diventerebbe un terrorista». Non era un rivoluzionario e certamente non era comunista. Si chiamava Giulio Andreotti. E come dargli torto? Ad un popolo che, come tutti gli altri popoli, è costituito da uomini, donne, bambini ed anziani, con una lingua ed una identità, riconosciuto come Stato dalla comunità internazionale, viene negata la possibilità di avere un territorio dove poter vivere.

La questione palestinese a distanza di diversi decenni resta ancora irrisolta. E se non riusciremo a curare la causa, fermandoci al sintomo, la malattia non regredirà. Oggi subito, anzi ancora prima, occorre il “cessate fuoco” e – mi augurerei – le dimissioni di Netanyahu e poi lavorare seriamente per garantire alla popolazione palestinese di poter vivere in uno Stato libero ed in un territorio sicuro. Sono un simpatizzante di Papa Francesco, lo ritengo in questo momento, nel mondo, la più alta autorità morale. Mi piacerebbe che nei suoi Angelus, il Pontefice aggiungesse accanto alle parole “martoriata Ucraina” anche “martoriata Palestina”.

L’AFFAIRE D’ALEMA

Massimo D’Alema fu segretario nazionale della FGCI (Federazione Giovanile Comunista Italiana). Penso di avere pure una tessera degli anni settanta firmata proprio da lui. Poi divenne segretario nazionale del PD. Deputato, Ministro e pure Premier alla fine degli anni novanta. Oggi D’Alema è indagato dalla Procura di Napoli per corruzione aggravata internazionale nell’ambito di una intermediazione per la vendita di armi da guerra da una industria italiana alla Colombia. I PM – è risaputo – si sbizzarriscono. Assisto nel mio quotidiano professionale ad eccessi ed errori da parte di Magistrati inquirenti e giudicanti. Ma non è di questo che voglio parlare, anche se istintivamente non credo alla ipotesi di reato e ritengo che la vicenda giudiziaria si risolverà in un nulla di fatto. Intendo invece analizzare, anzi stigmatizzare la condotta del D’Alema sulla scaturigine LECITA dell’indagine penale. E cioè l’attività di intermediazione per una vendita di armi da guerra, in particolare di navi, aerei e sommergibili.

Si è vero in Italia è lecito produrre armi da guerra e, conseguentemente, venderle e, quindi, è anche legittima l’attività di intermediazione. Ma non riesco a giustificare che tale attività venga svolta proprio da un ex politico di spicco catalogato e collocato a sinistra. I valori della sinistra, che abbiamo sposato, per i quali abbiamo anche lottato e che ci sforziamo di portare avanti ancora oggi sono assolutamente incompatibili con la guerra. E ovviamente con tutte quelle attività -anche e soprattutto economiche – che la mantengono, la foraggiano e la supportano. Ben potrebbe D’Alema impegnare la sua intelligenza e le sue capacità di brokerage nelle vendite di barche o di vini, settori nei quali è esperto o di qualsiasi altra produzione o attività economica, che magari contribuisca virtuosamente al rilancio del Made in Italy. Ma le armi da guerra NO. Per favore. Queste attività non fanno parte del nostro patrimonio ideale. Le armi da guerra non fanno parte del nostro corredo cromosomico e politico. Chissà quante volte Enrico Berlinguer e, soprattutto, Pio La Torre si saranno rivoltati nella tomba.

L’IRRAGIONEVOLE RITARDO DEL CONSIGLIO COMUNALE DI NICOSIA

Non voglio abbassare il livello della discussione e cercherò di sintetizzare. L’8 maggio scorso tre Sindaci, “manifestando l’impellente esigenza” di avere truppe armate nel territorio (così si legge testualmente), sottoscrivevano al Castello di Sperlinga un accordo, concedendo all’esercito italiano un’area di oltre 33 km quadrati, per un periodo di 30 anni. Una estensione enorme, pensata proprio per esercitazioni di guerra, assegnata alla Brigata Aosta, impegnata soprattutto in operazioni all’estero (Kosovo, Afghanistan, Libano). In definitiva, una piccola guerra simulata a casa nostra. La paradossale ed insensata decisione venne adottata senza coinvolgere né i Consigli Comunali né i cittadini. L’intervento – lo si capisce subito – appare incompatibile con la vocazione agro-pastorale della zona e con gli esistenti progetti di sviluppo sostenibile. Notevoli inoltre e forse irreversibili sarebbero stati i danni alla flora ed alla fauna. Insomma, una vera e propria violenza alla natura. Inaudita ed ingiustificata. Sproporzionata rispetto alla esigua o inesistente ricaduta economica. La quasi totalità dell’opinione pubblica insorge. I Sindaci, dopo iniziali resistenze e qualche penosa giustificazione (le bombe sono di gomma, i rumori non si sentiranno dai centri abitati, ecc…ecc..) revocano le delibere e ritirano le firme.

Stendendo un velo sui Sindaci, in particolare su quello di Nicosia (non è il caso di “sparare sulla croce rossa”), non posso non rilevare il notevole ritardo del Consiglio Comunale, che nell’immediatezza, a maggioranza si era schierato contro la scelta del primo cittadino, attivandosi anche in iniziative lodevoli, in particolare un’assemblea pubblica al Cinema, molto sentita e partecipata per contrastare l’inaccettabile iniziativa dell’amministrazione comunale. Ed a seguito di una iniziativa tenutasi nell’aula consiliare, con la partecipazione di pacifisti storici ed impegnati (Mazzeo e Lo Cascio), di diverse associazioni laiche e cattoliche, presente anche il Vescovo, Monsignor Schillaci, oltre che tecnici e giuristi, dove nella sostanza si chiedeva di inserire nello Statuto Comunale il principio della smilitarizzazione del territorio e di dichiarare Nicosia Città della Pace, così da mettere un punto fermo su eventuali scelte future di questa o di altre amministrazioni future. Il Consiglio Comunale, qualche giorno dopo e questa volta all’unanimità, approvava una mozione di indirizzo in tal senso e si impegnava a modificare lo Statuto, inserendo questi principi fondamentali pacifisti. Ad oggi, a distanza di sette mesi, nulla è stato fatto, se non la generica riunione di una Commissione Consiliare, che dovrà esprimere un parere (sicuramente non vincolante e probabilmente neppure obbligatorio). Ma a prescindere dai tecnicismi (da me odiati), intendo rivolgere ai Consiglieri Comunali due semplici domande.

Coerentemente agli impegni che avete assunto, intendete modificare lo Statuto? E se si, quando ? Dalla vostra risposta dipende anche la vostra credibilità politica. Mi spiego meglio, l’alternativa è quella di essere ricordati per le vostre rumorose e sterili sedute consiliari a base di urla, tentativi di aggressione, minacce di “tumpuluni”, fortunatamente non messe in atto. Oppure per il vostro senso di responsabilità in generale sui grandi problemi, quelli veri, in particolare per il vostro impegno in favore della Pace, principio morale e politico prioritario ed ineludibile. Si il vostro ritardo è irragionevole. Però siete ancora in tempo.