di Irene Varveri Nicoletti

A distanza di giorni dal passaggio del Ciclone Harry, a conclusione delle operazioni di emergenza, il mare ha ripreso una calma apparente sotto la quale permangono danni e disagi, specialmente lungo la fascia ionica della Sicilia. Restano macerie, infrastrutture compromesse, interi settori economici in ginocchio e una percezione di isolamento istituzionale e mediaticoche pesa sulla popolazione locale.

Il bilancio è pesantissimo: centinaia di milioni di euro di danni, lungomari sventrati, ferrovie interrotte, sistemi di scolo collassati. La furia del mare ha ridisegnato tratti di costa da Messina a Siracusa, mettendo in crisi la pesca di Aci Trezza e il turismo balneare di Marzamemi. Un evento meteorologico estremo che, per intensità e impatto, avrebbe meritato un’attenzione nazionale piena e continua. Invece, nei principali media nazionali, la tragedia siciliana è scivolata rapidamente ai margini, relegata a breve cronaca locale.

In questo vuoto informativo, l’isola si è trovata a combattere una doppia emergenza. Da un lato il fango reale, quello che ha invaso case, negozi e strade. Dall’altro un fango digitale altrettanto viscido: sui social network si è scatenata una tempesta di odio e pregiudizi, dove la devastazione è diventata pretesto per derisioni e colpevolizzazioni. Una narrazione che ha attribuito responsabilità alle vittime, alimentando stereotipi sull’incuria e sottovalutando l’entità di un fenomeno climatico ormai ricorrente.

A fare argine a questo sciacallaggio sono stati, paradossalmente, gli artisti. Da Fiorello a Roberto Lipari, molte voci siciliane hanno sfruttato i propri canali per sostenere le comunità colpite. Lipari ha smascherato l’ipocrisia di un Paese che si commuove a intermittenza e che, nel frattempo, alimenta una “guerra tra poveri” digitale. Stefania Petyx ha dato voce al silenzio di quei ministeri di fronte alle richieste rimaste senza risposta di sindaci e imprenditori. Rosario Fiorello, con una nota di amara serietà, ha denunciato una sottovalutazione sistematica della tragedia e ha poi incalzato la politica a non limitarsi a “visitine” di circostanza, ma a garantire azioni concrete sul territorio, indispensabili per i settori economici legati al turismo.

Il dibattito politico ha raggiunto il suo picco nei giorni successivi, quando è tornata a emergere l’attenzione sul progetto del Ponte sullo Stretto. La scelta è stata percepita da diversi osservatori come inadeguata rispetto all’urgenza del momento: la Sicilia, infatti, stava affrontando ritardi e danni alle proprie infrastrutture vitali, mentre le priorità politiche sembravano concentrarsi su grandi opere di lungo termine. La situazione ha messo in evidenza un grave disallineamento tra le necessità immediate del territorio e le scelte programmatiche delle istituzioni.

In questo contesto, il principio di solidarietà nazionale sancito dall’articolo 116 della Costituzione sembra non essersi affatto concretizzato di fronte ai danni provocati dal Ciclone Harry. La Sicilia ha avuto la netta percezione di essere un’isola non solo per geografia, ma per scelta politica. Oggi, più che contare i millimetri di pioggia caduti, l’urgenza è interrogarsi sulla capacità delle istituzioni di garantire una risposta efficace e costante, senza trascurare territori e cittadini in situazioni di emergenza.