di Irene Varveri Nicoletti
Un vecchio adagio popolare definiva San Valentino “la festa di chi crede di essere amato e scopre di essere solo ingannato”. Era una battuta, certo. Ma come tutte le battute che resistono nel tempo, conteneva il sospetto che tra l’amore proclamato e quello vissuto ci fosse una distanza siderale. Tuttavia, anche quest’anno l’Italia celebra la ricorrenza con un entusiasmo commerciale impeccabile: la festa dell’amore trasformata in prodotto e sostenuta da numeri da capogiro.
Secondo le stime del Codacons per il 2025/2026, il giro d’affari supera i 2 miliardi di euro. Sei milioni di italiani si siedono a cena fuori per un totale di oltre 330 milioni di euro, con una spesa media che sfiora i 90 euro a persona. Fiori, cioccolatini, gioielli, pacchetti benessere: una patina di zucchero e petali di rosa che nasconde una realtà che di romantico ha ben poco, in quanto segnata da un sistema che oscilla tra il consumismo sfrenato e una crisi profonda delle relazioni affettive.
Il paradosso è che mentre il mercato prospera, i legami raccontano un’altra storia. I dati Istat desunti dal report 2025 mostrano un’Italia dove il matrimonio è in calo del 5,9% e, le separazioni che, sebbene siano numericamente diminuite del 9% rispetto all’anno precedente, sono caratterizzate da un alto grado di conflittualità. Il dato in flessione, infatti, non è indicativo di una maggiore felicità ma è semmai diretta espressione della società post familiare, ovvero conseguenza di una difficoltà diffusa nel costruire relazioni stabili, durature ed equilibrate.
E poi ci sono i numeri più duri. Le statistiche ufficiali del 2025 confermano che nelle relazioni segnate da disparità di potere a pagare il prezzo più alto continuano a essere le donne. Secondo i dati ufficiali del Ministero dell’Interno, nel corso dello scorso anno sono stati registrati 97 omicidi di donne, di cui 85 di questi in ambito familiare o affettivo e 62 per mano di partner o ex partner. Numeri che fortunatamente segnano una lieve diminuzione rispetto agli anni precedenti, ma che raccontano tragedie in cui la relazione sentimentale si trasforma in prigione mortale.
Dai report Istat 2025 sulla violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia, circa 6,4 milioni di donne italiane tra i 16 e i 75 anni, ossia il 31,9 %, hanno subito almeno una forma di violenza fisica o sessuale nel corso della vita. La violenza può avere luogo sia all’interno di relazioni intime sia in altri contesti, ma non è un fenomeno isolato né raro nella società italiana.
Ora, non è questione di mettere sotto accusa la ricorrenza, ma di riconoscere che il vero problema è culturale, riguarda il modo in cui pensiamo il potere, il rispetto e la reciprocità dentro le relazioni. È singolare che si investano energie, creatività e milioni di euro per vendere l’idea romantica dell’amore, quanto si dovrebbe investire con la stessa determinazione in educazione affettiva, prevenzione della violenza, sostegno concreto alle vittime e parità salariale.
E allora forse quell’adagio, ripulito dalla sua crudezza, torna utile: non perché chi festeggia sia ingenuo, ma perché esiste un’illusione collettiva. L’illusione che basti una serata ben riuscita per certificare la qualità di un legame. Che l’amore sia ciò che si compra, si fotografa e si posta.
Un Paese maturo dovrebbe saper fare entrambe le cose: celebrare e interrogarsi. Godersi una cena romantica e, allo stesso tempo, lavorare per ridurre le disuguaglianze dentro le relazioni. Perché l’amore non si misura nella quantità di cuoricini distribuiti a febbraio, ma nella qualità del rispetto che resta quando le luci della festa si spengono.



