di Irene Varveri

Quando Turi Amore mi ha invitata al Teatro Garibaldi di Piazza Armerina, definendo “U sapiti com’è” il suo autentico cavallo di battaglia, la promessa era chiara: riportare in scena un grande classico della tradizione siciliana senza restarne prigionieri.

E le doppie repliche di sabato 23 e domenica 24 maggio hanno dimostrato che non si trattava di una semplice dichiarazione d’affetto verso un testo amato, ma di un’operazione teatrale consapevole e di una solida realtà artistica.

L’opera di Francesca Sabato Agnetta, scritta nel 1910 e legata storicamente al repertorio di Angelo Musco, ha trovato nella replica domenicale una risposta calorosa del pubblico, culminata in un’emozione intensamente umana: il tributo a sorpresa per il compleanno del protagonista. Amore è stato omaggiato a sorpresa sul palcoscenico dall’affetto dei suoi familiari e dalle testimonianze dei sodali della compagnia, attraverso una serie di messaggi vocali trasmessi in sala. Un fuori programma intimo che ha mostrato il volto umano di una comunità teatrale e che, in fondo, sembrava nascere naturalmente dall’intensità emotiva della rappresentazione appena conclusa.

La forza dello spettacolo risiede soprattutto nella geometrica costruzione dei tre atti, che accompagnano lo spettatore dentro un lento scavo psicologico.

Dal cortile domestico della prima scena, quasi un ventre protettivo dove Cola vive il suo simbiotico attaccamento con donna Gati, la madre paralitica, si approda gradualmente al cinismo popolaresco della taverna del secondo atto.

In questo perimetro prende forma la figura dello “scemo del villaggio”, maschera antica del teatro popolare che la regia svuota da ogni retorica, per restituirne una disarmante innocenza.

C’è già nella locandina, in quell’abbraccio raccolto nella penombra, l’eco di una Pietà antica: il bisogno disperato di rifugio, di protezione, di ritorno alla madre. Un’immagine che attraversa silenziosamente tutta la messinscena e ne custodisce il nucleo più doloroso.

Ma è nel terzo atto che la messinscena cambia respiro e trova una sua precisa originalità.

Con la morte di donna Gati, il baricentro dell’azione si sposta infatti sulle figure femminili: la madre di Mara e la proprietaria della locanda che, liminali di una Sicilia arcaica, danno vita a una sequenza di “magarie”, filtri d’amore e rituali popolari pensati per ricucire il rapporto tra Mara e Gaetano.

Ne nasce un momento di vivace complicità scenica, attraversato da una collaudata verve comica spontanea e popolare che alleggerisce la tensione senza spezzarla.

Da quel momento il dramma si concentra sulle crepe di una famiglia e sui destini opposti di due figli.

Da una parte Cola, creatura pura, quasi estranea alle bassezze del mondo; dall’altra Gaetano, uomo irrequieto, spocchioso, “gallo di paese” di inizio Novecento, continuamente in balìa delle passioni e delle tentazioni.

È proprio attraverso questo personaggio che affiora un suggestivo rimando al mondo verghiano di Cavalleria Rusticana: l’orgoglio maschile, il desiderio, la gelosia di Mara nei confronti di Venera e la contesa amorosa diventano motore della tragedia.

Un ruolo decisivo nell’efficacia dello spettacolo è affidato anche alla densa veste linguistica.

Il dialetto catanese, stretto e profondamente radicato nella sua matrice popolare, a tratti quasi arcaico, talvolta sfida la comprensione immediata per via delle sue profonde sfumature provinciali. Tuttavia, è proprio il dialetto, nelle sue sonorità espressive, che riesce a creare un ponte potentissimo con la memoria collettiva del pubblico, connettendosi con le tradizioni più profonde, ribadendo il legame tragico e viscerale della lingua con la terra sicula.

Dentro questa trama di passioni e miserie umane, Cola emerge come incarnazione di una pietas antica: devozione assoluta verso la madre, amore puro, privo di interesse e persino di desiderio, rischiarato appena da un sentimento delicato e ingenuo per una giovane popolana.

A lui si contrappone simmetricamente Gaetano, dominato invece dall’istinto, dall’egoismo, da una sorta di tragica cecità morale.

È una contrapposizione che richiama le grandi strutture della tragedia classica: innocenza contro colpa, purezza contro impulso, spirito contro materia.

Così il drammatico fratricidio finale assume il valore di una dolorosa catarsi.

Non soltanto un gesto tragico, ma quasi un inevitabile ritorno alla pace: l’unico modo possibile perché Cola possa finalmente liberarsi dal dolore della perdita e del lutto per ricongiungersi, almeno simbolicamente, alla madre.

Turi Amore mantiene pienamente la promessa fatta alla vigilia e si conferma interprete eclettico e intenso, capace di attraversare con naturalezza il confine sottile tra il registro comico e tragico dell’epilogo che solo i grandi attori sanno governare.

Accanto a lui una compagnia credibile e compatta: da Federica Amore, intensa nel ruolo di Mara, ad Adele Ferlito nei panni di Venera, passando per la presenza scenica di Mirella Petralia, nel doppio ruolo della madre e locandiera, a Raffaele Costanzo, nel ruolo di Gaetano, che restituisce autenticità al personaggio senza mai scivolare nella caricatura. In scena anche Gabriella Rodia, Martina Laudani, Franco Ranno, Salvo Scuderi e Diego D’Arrigo, tasselli di un impianto corale che conferisce allo spettacolo densità e respiro teatrale.

Con l’aiuto regia della stessa Federica Amore e l’assistenza di Adele Ferlito, la produzione conferma una cura collettiva che va oltre la semplice rappresentazione e si trasforma in autentico lavoro di compagnia.

Dopo il successo di Piazza Armerina, “U sapiti com’è” si prepara ora al prossimo approdo: il Teatro Metropolitan di Catania.

E lì, davanti alla più grande platea etnea, la compagnia porterà la propria sfida più ambiziosa: confrontarsi con la memoria viva di un classico che il pubblico siciliano continua a custodire con affetto e severità.