di Irene Varveri

LENFORTE – Il 24 agosto, allo Stazzuni, nel nuovo teatro-arena “Scenario delle Acque e delle Rappresentazioni”, è andato in scena Spaccati di vita, uno dei tre spettacoli finalisti della 43ª edizione del Premio Nazionale di Teatro “Città di Leonforte”. Arrivato da Roma, il lavoro è nato dalla drammaturgia di Daniele Profeta, autore, regista e interprete, affiancato in scena da Ludovica Cerioni e Giacomo Pressi. Una costruzione in sei quadri, apparentemente autonomi e molto diversi tra loro, che trovano però un legame profondo nello sguardo rivolto all’essere umano e alle sue relazioni.

C’è un momento, nella vita, in cui ci si trova davanti a un bivio. Una situazione può sembrare perfettamente normale, una conversazione scorrere senza difficoltà, un rapporto avere un equilibrio riconoscibile. Poi qualcosa cambia. Una parola, un gesto, una presenza, un’azione apparentemente insignificante aprono una crepa e ciò che sembrava stabile comincia lentamente a deformarsi. È proprio da questa crepa che nasce Spaccati di vita.

«Lo spettacolo nasce dal desiderio di osservare situazioni normali, quotidiane, apparentemente quotidiane, e poi spingerle a poco a poco verso qualcosa di assurdo, di grottesco, farle incrinare», racconta Daniele Profeta. Un saluto che non riesce a finire. Una presenza impossibile da abbandonare. Un colloquio di lavoro regolato da logiche incomprensibili. Una casa trasformata in un legame dal quale sembra impossibile liberarsi. Un pranzo con ospiti invisibili. Una scatola dalla quale non si riesce a uscire. Sei situazioni che partono dal quotidiano e, quadro dopo quadro, prendono una direzione diversa. Non c’è una rottura improvvisa con la realtà: è la realtà stessa che, lentamente, si sposta di qualche grado fino a diventare straniante.

«Siamo dentro una conversazione, un rapporto normale e poi improvvisamente si apre una crepa e viene fuori qualche cosa che prima non c’era, non vedevamo». Quella crepa diventa così il luogo nel quale emergono le fragilità dei personaggi, le loro ossessioni, le difficoltà di comunicare e soprattutto l’impossibilità di mantenere tutto sotto controllo. L’incomunicabilità attraversa infatti i diversi quadri senza mai essere dichiarata apertamente come una tesi. Si manifesta nei comportamenti, nei dialoghi, nelle relazioni che non riescono a trovare una soluzione. Personaggi che parlano senza incontrarsi davvero, persone che vorrebbero separarsi ma non ci riescono, individui che cercano disperatamente di governare situazioni che finiscono invece per governare loro.

È uno spettacolo che non cerca la comicità come obiettivo. In alcuni momenti il pubblico sorride, anche per la precisione dei tempi e per la bravura degli interpreti, ma non si arriva mai alla vera risata. Il sorriso rimane piuttosto sospeso, quasi a sottolineare il paradosso di ciò che accade, per lasciare subito dopo spazio alla riflessione o a una sottile inquietudine. Per un pubblico non necessariamente abituato a questo tipo di linguaggio teatrale, Spaccati di vita ha rappresentato dunque un’esperienza diversa, ma capace di aprire una porta verso una forma di teatro che chiede soprattutto di osservare. Di riconoscere qualcosa di familiare e, subito dopo, di accorgersi che quella familiarità non è più così rassicurante.

A rendere evidente il legame tra i sei quadri è stato il lavoro fisico degli attori. I cambi di scena sono avvenuti davanti al pubblico attraverso movimenti coordinati, quasi meccanici, che hanno costruito una continuità visiva e ritmica tra episodi differenti. Non semplici passaggi tecnici, dunque, ma un vero elemento della costruzione scenica. Quei movimenti hanno creato una sorta di filo comune, come se dietro le sei storie esistesse un unico meccanismo capace di continuare a muoversi anche quando tutto il resto cambia. E proprio mentre le storie sembrano prendere direzioni diverse, comincia ad affiorare un’altra possibilità.

Perché le divergenze non sono necessariamente definitive. Il finale introduce infatti una linea diversa, più ottimistica. Una frase modifica la percezione di ciò che è accaduto e lascia allo spettatore un senso di apertura, quasi di fiducia. Non cancella l’assurdo e non risolve magicamente le fratture attraversate dai personaggi, ma suggerisce che anche una distanza può essere colmata. Che una strada possa tornare a incrociarne un’altra. Che ciò che sembrava destinato a separarsi possa ancora trovare un punto di incontro. È qui che l’immagine del bivio torna ad assumere un significato particolare: non soltanto il luogo della scelta o della separazione, ma anche quello della possibilità. La possibilità che percorsi differenti possano, in qualche modo, tornare a convergere.

È forse questo il movimento più profondo dello spettacolo: partire dalla frattura, attraversare l’assurdo e l’inquietudine, per arrivare infine a una possibilità di incontro. La selezione alla finale della 43ª edizione del Premio ha avuto per Profeta e per gli interpreti un significato particolare. Non soltanto per il risultato raggiunto, ma perché ha rappresentato una conferma della possibilità che un linguaggio così personale potesse arrivare anche a chi non conosceva il loro percorso. «L’abbiamo accolta con grande felicità e gratitudine», racconta Profeta. «È stata anche una sorta di sorpresa per noi, perché io personalmente non me l’aspettavo».

Il lavoro era stato inviato al Premio quasi lasciandolo andare, senza aspettarsi necessariamente un seguito. Poi è arrivata la telefonata che annunciava la finale.

«Uno manda così un lavoro e poi uno se ne dimentica. Quindi quando ti chiamano: “Guarda, sei stato preso alla finale”, ho detto: wow, okay». Ma dietro la sorpresa c’è soprattutto la soddisfazione di aver visto riconosciuta una ricerca.

«Mi fa capire se un lavoro così particolare, in qualche modo, è riuscito ad arrivare anche alle persone che lo guardano per la prima volta senza conoscere noi anche umanamente».

È questo, forse, il significato più importante della finale per chi ha costruito Spaccati di vita: sapere che quella scelta linguistica, quella particolare modalità di guardare il quotidiano e anche il rischio di spingerlo verso l’assurdo hanno trovato qualcuno disposto ad ascoltarli.

«Quella ricerca, quel linguaggio che abbiamo cercato e anche quel rischio lì che ci siamo presi, in qualche modo fossero stati riconosciuti».

E così la finale di Leonforte è diventata non soltanto un traguardo, ma soprattutto una nuova occasione di confronto. La possibilità di mettere quello spettacolo davanti a una giuria, a un pubblico diverso, a uno spazio nuovo, e verificare ancora una volta se quella crepa aperta nella normalità potesse continuare a parlare.