di Irene Varveri

 Il 7 settembre, al Circolo di Compagnia di Leonforte, il professor Pietro Colletta, docente di Letteratura latina medievale e umanistica all’Università degli Studi di Palermo, ha aperto con “Francesco e Madonna Povertà” il percorso “Incontro a Sorella Morte – Il canto dell’ultima sera”, promosso in occasione degli ottocento anni dal Transito di San Francesco. Era il primo dei quattro appuntamenti dedicati alla figura e all’eredità del Poverello d’Assisi.

A distanza di alcuni giorni, mentre il percorso è già proseguito con gli altri incontri, torniamo su quella prima serata attraverso le parole di Colletta. Ne nasce un dialogo che parte dalla povertà francescana e attraversa la memoria costruita nei secoli intorno a Francesco, le riletture del nostro tempo, il rapporto con Dante e quella capacità, ancora intatta dopo otto secoli, di interrogarci.

Pietro, che cosa significava davvero per Francesco “Madonna Povertà”? E quanto è importante distinguere la povertà francescana, scelta come forma di libertà e di sequela di Cristo, dalla miseria di chi invece è povero senza averlo scelto?

Innanzitutto, va chiarito che per Francesco la povertà non coincide con la miseria. Non è l’indigenza subita, né la mancanza dei beni necessari elevata a valore in sé. È piuttosto una scelta di non appropriazione. Nella Regola Francesco scrive: Fratres nihil sibi approprient, «i frati non si approprino di nulla». Il problema non è semplicemente possedere poco, ma il rapporto che instauriamo con le cose, con il denaro, con la sicurezza che cerchiamo nel possesso. Già Francesco personifica la Povertà: nella Salutatio virtutum la chiama Domina sancta Paupertas, «Signora santa Povertà», insieme a sua sorella Umiltà. Ciò che si sviluppa successivamente è soprattutto la grande narrazione sponsale: Francesco che ama la Povertà come una donna, come una sposa. La scelta ha per Francesco un fondamento cristologico: Cristo si è fatto povero e il frate vuole seguirlo. Ma contiene anche una dimensione di libertà che può ancora parlarci. Se non fondo la mia identità su ciò che possiedo, divento meno esposto alla paura di perdere, al bisogno di accumulare, alla necessità di definirmi attraverso le cose. Dobbiamo però evitare un equivoco moderno. La povertà volontaria di Francesco e la povertà di chi non ha cibo, casa o lavoro non sono la stessa cosa. Francesco sceglie la povertà; il povero reale spesso non ha scelto affatto di esserlo. La distanza fra queste due condizioni è decisiva.

Francesco continua a parlare al presente, a distanza di otto secoli. Ma quanto c’è, in questa sua straordinaria attualità, di Francesco e quanto invece dell’immagine che ogni epoca ha costruito di lui? Penso, per esempio, al Francesco che oggi ci viene raccontato come ecologista, vicino agli animali, pacifista, rivoluzionario o ribelle. Quanto queste letture appartengono realmente alla sua esperienza e quanto sono invece interpretazioni moderne?

Direi che entrambe le cose sono vere. C’è qualcosa in Francesco che continua realmente a interrogarci, ma ogni epoca ha anche costruito il proprio Francesco.

Il Francesco ecologista, pacifista, animalista, rivoluzionario o ribelle è in larga parte il risultato di letture moderne. Francesco non possedeva il nostro concetto di ecologia: il suo rapporto con la natura nasce da una visione teologica della creazione. Quando chiama il sole fratello e l’acqua sorella, non sta formulando una teoria ambientalista: legge il creato come una grande relazione di fraternità che ha Dio come origine. Lo stesso vale per il pacifismo. La pace è centrale nel suo linguaggio e nella sua esperienza, ma Francesco è anche un uomo del XIII secolo, vive nel mondo delle crociate e pensa in termini di missione cristiana e di possibile conversione. Trasformarlo semplicemente in un Gandhi medievale significherebbe attribuirgli categorie che non sono le sue. Anche il Francesco ribelle va maneggiato con cautela. La sua esperienza contiene una radicalità fortissima: rompe con il modello economico e familiare dal quale proviene, sceglie la minorità, rifiuta l’appropriazione. Ma non si concepisce come un contestatore della Chiesa: cerca l’approvazione ecclesiastica e vuole rimanere al suo interno. Le riletture moderne, però, non sono per questo illegittime. Un grande personaggio storico continua a vivere proprio perché genera significati che vanno oltre le sue intenzioni originarie. L’importante è distinguere ciò che possiamo storicamente attribuire a Francesco da ciò che la sua esperienza permette a noi di pensare. E alcuni elementi sono ancora straordinariamente fecondi: la fraternità con il creato, la rinuncia al dominio, la prossimità agli esclusi, la critica dell’identificazione fra avere ed essere, fra ricchezza e sicurezza, fra potere e grandezza. Non è necessario trasformare Francesco in un uomo del XXI secolo perché possa parlare al XXI secolo.

Abbiamo conosciuto Francesco attraverso immagini diverse: il santo, il poverello, il “giullare di Dio”, il santo degli uccellini, il ribelle. Quanto è possibile distinguere il Francesco storico dalle tante immagini che nei secoli si sono sovrapposte alla sua figura?

La difficoltà sta proprio nel fatto che non esiste un accesso immediato a Francesco. Abbiamo i suoi scritti, che sono preziosissimi, ma gran parte della sua biografia ci arriva attraverso racconti successivi. Francesco muore nel 1226. Pochissimi anni dopo Tommaso da Celano scrive la prima biografia; seguono altre memorie e interpretazioni: il Sacrum commercium trasforma la Povertà in un personaggio allegorico, Bonaventura costruisce nella Legenda maior una grande interpretazione teologica della sua vita, le immagini di Assisi traducono quella memoria in figure, Dante la trasforma in poesia e i Fioretti, molto più tardi, costruiscono il Francesco dell’immaginario popolare.

Per questo preferisco parlare non semplicemente di «Francesco», ma di una stratificazione della memoria di Francesco. Un esempio è particolarmente eloquente. Nel Testamentum Francesco individua l’inizio della sua conversione nell’incontro con i lebbrosi: ciò che gli sembrava amaro diventa dolce. La tradizione agiografica rende invece molto più monumentale la scena della spoliazione davanti al padre e al vescovo. Non significa che una versione sia vera e l’altra falsa: significa che il ricordo seleziona, organizza, attribuisce significato. Il rischio delle immagini troppo semplici – il «poverello», il santo degli uccellini, il rivoluzionario, il pacifista – è togliere a Francesco la sua complessità e, paradossalmente, anche la sua radicalità. Il Francesco storico è più difficile: profondamente cristiano e cristocentrico, sceglie una povertà estremamente esigente, costruisce una fraternità, entra in rapporto con gli esclusi e cerca l’approvazione della Chiesa. Se ne facciamo soltanto uno specchio nel quale riconoscere le nostre idee, alla fine non incontriamo più Francesco: incontriamo noi stessi.

Tu sei anche presidente della Società Dante Alighieri di Enna e hai dedicato molti dei tuoi studi alla cultura medievale. Quanto è forte il legame tra Francesco e Dante? E che cosa accade a Francesco quando entra nella poesia di Dante?

È un legame straordinariamente forte, ma Dante non conosce Francesco direttamente: riceve una tradizione francescana ormai ricchissima, fatta di biografie, interpretazioni teologiche, immagini e racconti. Nel canto XI del Paradiso compie però un’operazione poetica originalissima. Non inventa Madonna Povertà e neppure il motivo sponsale. Già Celano e Bonaventura avevano presentato Francesco come amante e sposo della Povertà. Nel Sacrum commercium la Povertà ha una propria storia allegorica e il suo sposo celeste è Cristo. L’originalità di Dante consiste nel fare di questo motivo la struttura dell’intera biografia di Francesco. Il conflitto col padre, Pietro di Bernardone, diventa quasi una scena nuziale: Francesco, per amore di quella donna, «in guerra del padre corse» e coram patre si unisce a lei. La rinuncia patrimoniale viene trasformata in matrimonio. Poi c’è Amiclate, il poverissimo pescatore che non teme neppure Cesare, l’uomo che fa paura al mondo. Amiclate è securus proprio perché non possiede quasi nulla che il potente possa portargli via. Qui la povertà acquista una dimensione ulteriore: può diventare immagine di una libertà dalla paura della perdita. Non significa che la miseria renda liberi. Dante sta costruendo un paradosso poetico, ma pone un problema molto moderno: ciò che possediamo può diventare anche ciò che temiamo continuamente di perdere. Infine, il canto XI va letto insieme al XII. Dante fa elogiare Francesco al domenicano Tommaso d’Aquino e Domenico al francescano Bonaventura, facendo poi criticare a ciascuno il proprio Ordine. Il suo Francesco non serve semplicemente a celebrare il passato: serve a interrogare il presente delle istituzioni francescane e domenicane. Il Francesco di Dante ci parla di Francesco, ma ci parla anche molto di Dante.

Dopo tanti anni di studio e di ricerca sul Medioevo, che cosa continua a sorprenderti di Francesco? C’è un aspetto della sua figura o della sua esperienza che ancora oggi ti costringe a guardarlo con occhi nuovi?

Quello che continua a sorprendermi è probabilmente la sua capacità di sottrarsi alle semplificazioni. Da medievista e da filologo sono abituato a diffidare dei personaggi storici troppo coerenti, soprattutto quando otto secoli di memoria hanno avuto il tempo di trasformarli in simboli. Con Francesco questa prudenza è particolarmente necessaria, perché incontriamo continuamente il confine fra l’uomo storico e la sua straordinaria fortuna successiva. Eppure, proprio quando si torna ai suoi testi, emerge qualcosa di molto forte. Nel Testamentum non costruisce la propria storia come quella di un grande fondatore. Dice che il Signore lo condusse fra i lebbrosi, che gli diede dei fratelli, che lavorava con le proprie mani. C’è una sorta di ostinata sottrazione dell’io. Forse è proprio questo che oggi trovo più interessante: Francesco non sembra voler fondare la propria identità sull’accumulazione, non soltanto di beni, ma anche di potere, prestigio, cultura o ruolo sociale. E poi continua a sorprendermi il paradosso storico che la sua esperienza ha generato. Un uomo che voleva non appropriarsi di nulla ha prodotto uno dei movimenti religiosi più importanti della storia europea; una scelta di povertà ha generato conventi, università, biblioteche, opere d’arte; un uomo che si definiva semplice ha dato origine a una delle più sofisticate tradizioni intellettuali del Medioevo. Non vedo questa contraddizione come una ragione per liquidare il francescanesimo come tradimento delle origini. Mi sembra una domanda storica più interessante: che cosa accade a un carisma radicale quando deve attraversare il tempo e diventare istituzione? E forse ciò che personalmente continua a interrogarmi più di tutto è la formula più semplice di Francesco: nihil sibi approprient. Non appropriarsi. È molto più difficile del semplice «non possedere». Perché ci si può appropriare non solo delle cose, ma delle persone, del prestigio, delle idee, perfino della propria virtù.

Ed è probabilmente per questo che, dopo ottocento anni, Francesco continua a non essere soltanto un oggetto di studio.