di Irene Varveri
A distanza di pochi giorni dall’annuncio di Giorgia Meloni, il tema del burqa e del niqab nelle scuole continua ad alimentare il dibattito pubblico. Il 20 settembre, intervenendo a Fenix, la festa di Gioventù Nazionale, la presidente del Consiglio ha annunciato l’arrivo in Consiglio dei ministri di un provvedimento per vietare il velo integrale nelle scuole. «A scuola si va a viso scoperto» ha affermato, sostenendo che in Italia nessuno, «in nome di una vera o presunta tradizione», possa decidere che una giovane donna debba nascondersi e che la parità tra uomo e donna «non è negoziabile». Il volto, in effetti, non è soltanto una parte del corpo. È ciò attraverso cui una persona viene riconosciuta, entra in relazione con gli altri e si presenta alla comunità. Ha anche una precisa dimensione civile: l’identità personale viene documentata attraverso il volto e la fotografia sulla carta d’identità ne costituisce una rappresentazione formale, destinata proprio a consentire il riconoscimento della persona. A scuola questa dimensione si intreccia con quella della relazione educativa, fatta anche di sguardi, espressioni e riconoscimento reciproco. Il principio del viso scoperto può dunque essere letto anche in questa prospettiva. Ma proprio quando si parla di tutela delle ragazze e di diritti dell’infanzia, è necessario che il dibattito rimanga ancorato alla realtà del fenomeno e non soltanto alla sua forza simbolica.
Nei giorni successivi all’annuncio è circolata una cifra: 500-600 alunne con velo integrale, con un rapporto indicato in una ogni 660 classi. È un dato che restituisce immediatamente una dimensione, ma va precisato che non deriva da un censimento nazionale delle studentesse che indossano burqa o niqab. Si tratta di una stima elaborata da La Tecnica della Scuola e ripresa da ANSA. La distinzione è tutt’altro che marginale. Un rapporto matematicamente preciso non trasforma in dato certo il numero dal quale è stato ricavato. Le 500-600 ragazze sono una stima e non il risultato di una rilevazione diretta nelle scuole italiane. Questo non ridimensiona il problema dei diritti. Un diritto non acquista meno valore perché riguarda poche persone. Se una minorenne è costretta a coprire il volto contro la propria volontà, quella condizione merita tutela indipendentemente dal numero dei casi. La prospettiva della tutela dell’infanzia rende il tema ancora più delicato. Marina Terragni, presidente dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, ha sostenuto il divieto del burqa e del niqab a scuola proprio come strumento di tutela delle bambine e delle ragazze, richiamando il diritto alla libertà, alla dignità e a uno sviluppo pieno della persona.
Al tempo stesso, sul tema è stata sottolineata anche la necessità di conoscere meglio la dimensione reale del fenomeno e di valutare le conseguenze concrete delle misure adottate. Save the Children, per esempio, ha richiamato l’attenzione sull’assenza di dati sufficientemente precisi e sul rischio che un divieto, se non accompagnato da adeguati strumenti di sostegno, possa tradursi in isolamento o persino in un allontanamento dalla scuola. È proprio su questo equilibrio che dovrebbe misurarsi una tutela effettiva. Proteggere una minorenne significa intervenire quando esiste una costrizione, ma anche fare in modo che quella protezione non comprometta il diritto all’istruzione, alla socialità e alla partecipazione. La tutela, in altre parole, non dovrebbe limitarsi a stabilire ciò che una ragazza non può indossare, ma interrogarsi anche su come accompagnarla quando dietro quella scelta esiste una pressione familiare, culturale o sociale. È una distinzione importante anche perché il fenomeno, per quanto circoscritto secondo le stime disponibili, viene inserito in un dibattito politico molto più ampio. Il rischio è che il velo integrale finisca per diventare soprattutto un simbolo, mentre la ragazza concreta che lo indossa rimane sullo sfondo.
I numeri servono proprio a evitare questo slittamento. Non sono propaganda e non servono a minimizzare il problema: servono a misurarne le proporzioni. Se non esiste ancora una rilevazione precisa dei casi, è corretto dirlo. E se l’obiettivo dichiarato fosse la tutela delle minori, sarebbe altrettanto importante conoscere dove si verificano le situazioni di imposizione, quali strumenti abbiano oggi le scuole per affrontarle e quali conseguenze possa produrre una nuova norma sulle ragazze coinvolte. La tutela dell’infanzia, del resto, non dovrebbe essere pensata soltanto come difesa da una possibile costrizione. È anche tutela del diritto a rimanere dentro la scuola, dentro la relazione con gli altri, dentro la società.
Per questo il volto può essere un punto di partenza, ma non può diventare il punto di arrivo. Dietro ogni velo c’è una persona, e dietro ogni norma che pretende di proteggerla dovrebbe esserci la capacità di guardare proprio a quella persona: alla sua libertà, alla sua dignità, alla sua istruzione e alla sua possibilità di vivere pienamente la comunità di cui fa parte.
Anche quando i casi sono pochi, la tutela deve esserci. Ma proprio perché si tratta di minori, dovrebbe essere una tutela inclusiva, concreta e misurata sulla realtà, non soltanto sulla forza politica del simbolo.



