di Irene Varveri

Nissoria – Nissoria aspettava Lello Analfino e sabato 17 ottobre l’attesa si è tradotta in una piazza Matteotti gremita, in un pubblico partecipe e in una serata che ha alternato il ritmo della festa a momenti di riflessione. Il concerto con la T-Orkestar, tra gli appuntamenti più attesi della seconda Sagra della Rametta, ha richiamato anche numerosi visitatori dai paesi vicini. Una scelta dell’amministrazione comunale guidata dal sindaco Rosario Colianni che ha portato a Nissoria un artista capace di parlare al pubblico attraverso la musica, ma anche attraverso un modo diretto e personale di raccontare la realtà. Quando un concerto è così atteso, la responsabilità di chi sale sul palco è anche quella di non deludere le aspettative. È un aspetto che Analfino ha richiamato nell’intervista, raccontando il rapporto con il pubblico e il sentimento che accompagna ogni invito a esibirsi.

Da parte sua, la risposta è arrivata con uno spettacolo coinvolgente, nel quale energia, ironia e contaminazioni sonore si sono intrecciate con parole che non hanno lasciato fuori dal palco le questioni più delicate del nostro tempo. La partecipazione registrata durante la sagra ha animato Nissoria in un periodo dell’anno in cui una presenza così numerosa rappresenta un fatto inconsueto. Gli stand gastronomici frequentati nel corso della serata e le persone riunite attorno alle proposte di cibo di strada hanno contribuito a creare un’atmosfera vivace, ma serena. Un dato che racconta la risposta del pubblico a un’iniziativa dedicata alla valorizzazione della rametta e diventata anche un’occasione d’incontro per il territorio. Il momento musicale, però, è stato il cuore della serata. Analfino ha alternato brani capaci di trascinare la piazza a passaggi più intimi, nei quali la musica si è fatta memoria ed emozione. Con «Nicuzza» e «Cocciu d’amuri» il pubblico ha ritrovato atmosfere più raccolte; con «92100» e «Occhi a pampina» la piazza è tornata a muoversi, tra salti, sorrisi e voglia di ballare. Due registri diversi, entrambi espressione di un artista che non rinuncia alla leggerezza, ma non considera il palco soltanto uno spazio di intrattenimento.

Nel corso della serata, infatti, Analfino ha affrontato temi che chiamano in causa la coscienza di tutti: la violenza contro le donne e il femminicidio, ma anche la richiesta di una Palestina libera. Su quest’ultimo punto ha voluto chiarire il senso del proprio intervento: non una presa di posizione partitica, ma un richiamo umanitario contro la guerra e la sofferenza che essa infligge alle persone. La musica è diventata così anche occasione per esprimere un pensiero, senza giri di parole e senza separare lo spettacolo dalle convinzioni personali. La stessa schiettezza è emersa quando il cantante ha ironizzato sulla propria abitudine a usare un linguaggio colorito. Le parolacce, nel suo ragionamento, sono meno gravi di comportamenti che feriscono davvero la collettività: abbandonare rifiuti, deturpare i luoghi, calpestare la Sicilia. Una provocazione che si lega a un tema centrale del suo percorso, il rapporto con la terra in cui è nato e che continua a raccontare attraverso le canzoni.

«La musica nasce da un territorio», afferma Analfino durante l’intervista. «La mia musica fotografa quello che mi circonda, racconta il territorio in cui vivo. È una fortuna e, allo stesso tempo, una sorta di limite, perché magari a livello nazionale qualcuno può pensare che io sia troppo regionale. Ma io vivo lì e racconto quello che vedo, con semplicità, con gioia e con dignità».È una dichiarazione che aiuta a comprendere il senso della sua musica e il rapporto che nel tempo ha costruito con il pubblico. Analfino non cerca di attenuare il legame con le proprie origini per rendersi più facilmente riconoscibile altrove. Al contrario, rivendica una sicilianità che non è una finzione né una semplice scelta musicale: è un modo di guardare il mondo. «La Sicilia si riconosce in me come artista e io ritrovo i siciliani nel pubblico, anche quando suono lontano dalla mia terra. Il legame con la Sicilia è viscerale e si vede nella mia musica». Nel dialogo con l’artista, questo legame emerge anche attraverso le contraddizioni dell’isola. La Sicilia, osserva, possiede tutto: il mare, le montagne, i vulcani, un patrimonio naturale straordinario. Ciò che spesso manca è la consapevolezza del suo valore. Gli incendi estivi, i rifiuti abbandonati lungo le strade e la criminalità mafiosa rappresentano, ai suoi occhi, ferite che compromettono il futuro della comunità.

La mafia, in particolare, ha sottratto prospettive a tanti giovani, compresi quelli della sua generazione. Amare la propria terra, dunque, non significa celebrarla senza riserve, ma riconoscerne la bellezza e avere il coraggio di denunciare ciò che la danneggia. È una visione che si riflette anche nel suo percorso musicale. Dopo gli anni legati ai Tinturia, la pausa imposta dalla pandemia gli ha offerto l’occasione di interrogarsi nuovamente sul proprio cammino e di ritrovare lo spirito degli inizi. Aveva cominciato a fare musica a diciannove anni e fondato i Tinturia intorno ai venti, insieme ad alcuni amici di Raffadali. Con il tempo, le esperienze e le aspettative possono diventare anche un vincolo; da qui la necessità di ritrovare una libertà creativa più vicina al desiderio originario di fare musica. «Ho riscoperto me stesso e il Lello che aveva fondato i Tinturia, la voglia iniziale di fare musica», racconta. Con la T-Orkestar questa rinnovata energia prende forma in una proposta che guarda avanti senza rinnegare la propria storia. Dopo una stagione di concerti particolarmente intensa, il percorso prosegue con nuovi appuntamenti, mantenendo saldo il rapporto con un pubblico che continua a riconoscersi nelle sue canzoni.

L’intervista, raccolta in un momento più raccolto, poco prima che l’artista andasse a cena, ha permesso di cogliere anche un aspetto meno visibile al pubblico: la disponibilità personale, la naturalezza del dialogo, la facilità con cui Analfino si mette in relazione con chi gli sta davanti. Accanto all’artista energico e diretto che si vede sul palco c’è una persona accessibile, capace di raccontarsi senza costruire distanze e di condividere pensieri ed esperienze con immediatezza. È un tratto che completa il ritratto e dà alle parole ascoltate durante il concerto una dimensione più umana. E alla domanda sulla protagonista gastronomica della manifestazione, la rametta, la risposta arriva senza esitazioni: «Minchia, ne ho mangiati un sacco!». Un’esclamazione spontanea, colorita e perfettamente in sintonia con il personaggio, che strappa un sorriso e restituisce il clima di accoglienza e convivialità vissuto a Nissoria.

La serata ha messo insieme dimensioni diverse: la tradizione gastronomica locale, la partecipazione di visitatori provenienti anche dai paesi vicini, la musica e il confronto su temi che vanno oltre lo spettacolo. La Sagra della Rametta ha offerto l’occasione per ritrovarsi e animare il paese; Analfino ha portato sul palco una Sicilia che non teme le contraddizioni e non rinuncia alla propria voce. Resta l’immagine di un artista che sa coinvolgere, ma anche raccontare la propria terra senza limitarsi a celebrarla: ne riconosce la bellezza, ne denuncia le ferite e invita a prendersene cura. Un incontro musicale e umano nel quale la sicilianità non è rimasta una parola, ma è diventata racconto, orgoglio e responsabilità condivisa. La Sicilia che amiamo.