di Irene Varveri

MILANO – Vetrine infrante, negozi saccheggiati, gruppi di giovanissimi che si muovono insieme e finiscono per trasformare la provocazione in scontro. Le immagini arrivate da Milano hanno riportato al centro del dibattito il fenomeno dei cosiddetti «maranza», accompagnato dalle richieste di maggiore sicurezza e di pene più severe. Il governo ha risposto con nuove misure in materia di sicurezza e con l’annuncio dell’invio di altri 500 militari nel capoluogo lombardo. Una risposta che punta a rafforzare il controllo del territorio, ma che lascia aperta la questione di come prevenire la violenza giovanile e intervenire sulle dinamiche che la alimentano. Gli episodi di violenza impongono di individuare i responsabili e tutelare le vittime, ma richiedono anche di comprendere che cosa spinga alcuni adolescenti a ricorrere all’aggressione, talvolta con una sproporzione evidente tra la situazione che ha innescato lo scontro e la gravità delle conseguenze.

La cronaca restituisce il momento in cui la tensione esplode; più difficile è ricostruire ciò che lo ha preceduto. Quando si parla di «maranza», inoltre, si rischia di ricondurre a un’unica categoria ragazzi con esperienze, comportamenti e percorsi differenti. Il termine, diffusosi nel linguaggio dei media e del dibattito pubblico, è diventato un’etichetta capace di associare uno stile, un modo di apparire e di stare in gruppo a fenomeni di devianza che non riguardano indistintamente tutti coloro ai quali viene attribuita. Un abbigliamento riconoscibile o la ricerca di visibilità sui social non sono indicatori di violenza, così come l’appartenenza percepita a un gruppo non equivale alla responsabilità di un reato. Nel suo approfondimento Baby gang, maranza e coltelli, pubblicato da Doppiozero, lo psicoterapeuta Alfio Maggiolini invita a distinguere fenomeni che il linguaggio corrente tende a sovrapporre.

La devianza minorile di gruppo non è una novità assoluta; cambiano le forme attraverso cui si manifesta e il modo in cui viene raccontata. Le etichette, invece, rischiano di restituire un’immagine uniforme di una realtà frammentata, rendendo più difficile comprendere le differenze tra chi cerca riconoscimento attraverso l’immagine e chi si rende responsabile di aggressioni o rapine. A offrire un quadro più articolato è il rapporto Dis(armati). Un’indagine sulla diffusione della violenza giovanile, tra percezione e realtà, pubblicato da Save the Children nel marzo 2026. La ricerca evidenzia una contraddizione: l’Italia continua a registrare livelli di criminalità minorile tra i più bassi d’Europa, ma nell’ultimo decennio sono aumentate le segnalazioni riguardanti i ragazzi tra i 14 e i 17 anni per reati come rapina, lesioni personali e rissa. Nel 2024, rispetto al 2014, le segnalazioni per rapina sono più che raddoppiate, arrivando a 3.968; quelle per lesioni personali hanno raggiunto quota 4.653 e quelle per rissa 1.021.

Crescono anche le segnalazioni per il porto abusivo di armi o oggetti atti a offendere. Il fenomeno, dunque, non può essere liquidato come una semplice costruzione mediatica, ma neppure interpretato come la prova che un’intera generazione sia diventata più violenta. Il rapporto restituisce anche una geografia della criminalità minorile che riguarda da vicino la Sicilia. Nei primi sei mesi del 2025, 15 dei 46 minorenni denunciati o arrestati in Italia per associazione mafiosa sono stati segnalati a Catania, mentre altri sei a Napoli. Si tratta di una realtà diversa dalle aggressioni di strada comunemente associate ai «maranza», ma altrettanto importante per comprendere come, in alcuni contesti, il coinvolgimento dei giovanissimi possa intrecciarsi con organizzazioni criminali strutturate. A Napoli, nello stesso semestre, 27 minorenni sono stati denunciati o arrestati per omicidio, tentato o consumato, quasi quanti nell’intero anno precedente. Sono dati che richiedono attenzione, senza sovrapporre fenomeni differenti né ricondurli a un’unica spiegazione. La ricerca segnala, tra i fattori da approfondire, la fragilità delle relazioni, la solitudine, i vuoti educativi e la mancanza di opportunità in alcuni territori. Non sono cause automatiche della violenza e non spiegano ogni singolo episodio. Aiutano, tuttavia, a ricostruire le condizioni nelle quali possono maturare comportamenti aggressivi, insieme alle storie individuali, alle relazioni familiari e alle dinamiche tra coetanei.

Gli episodi apparentemente immotivati o sproporzionati restano tra gli aspetti più difficili da interpretare. La rivalità, la pressione del gruppo, la ricerca di riconoscimento e l’amplificazione delle provocazioni attraverso i social possono concorrere a spiegare alcune condotte, ma nessuno di questi elementi costituisce una chiave valida per ogni situazione. Per questo l’analisi non può fermarsi alle immagini degli scontri: servono ricostruzioni puntuali dei singoli casi e il confronto con chi opera quotidianamente nei contesti educativi e sociali. La questione riguarda da vicino anche l’Italia, dove una parte dei giovani con background migratorio è nata o cresciuta nel Paese, frequenta le nostre scuole e condivide la quotidianità dei coetanei, pur non possedendo la cittadinanza italiana. Il dossier Chiamami col mio nome, pubblicato da Save the Children nel settembre 2025, ricorda che circa uno studente su otto non ha la cittadinanza italiana e che quasi due terzi di questi ragazzi sono nati in Italia.

Un dato che invita a riflettere sulla distanza tra appartenenza quotidiana e riconoscimento giuridico. La condizione di cittadino straniero non spiega la devianza, né implica necessariamente un’esperienza di esclusione; tuttavia, quando si somma a pregiudizi, discriminazioni o disuguaglianze nelle opportunità formative, può rendere più complesso il percorso di integrazione e di riconoscimento sociale. È un aspetto da considerare senza trasformarlo in una spiegazione automatica della violenza e senza confondere la condizione di questi ragazzi con le responsabilità individuali di chi commette reati. In questo quadro, la risposta alla violenza non può prescindere dall’intervento delle forze dell’ordine e dalle conseguenze previste per chi commette reati. Quando sono coinvolti minorenni, però, è importante considerare anche ciò che può impedire la ripetizione dei comportamenti: la capacità della scuola di intercettare le difficoltà, la presenza di servizi e spazi accessibili, le opportunità di praticare sport e attività culturali, il sostegno alle famiglie. Non si tratta di sostituire la giustizia con l’educazione, ma di affiancare alla responsabilizzazione percorsi capaci di ridurre il rischio di nuove violenze. La violenza giovanile può essere paragonata a una pentola a pressione: intervenire quando la tensione esplode è indispensabile, ma non basta a spiegare che cosa l’abbia alimentata né a evitare che si ripresenti. La sanzione risponde a una responsabilità individuale; la prevenzione richiede invece di verificare quali interventi funzionino, quali ragazzi rimangano ai margini e quali dinamiche favoriscano il passaggio dalla provocazione all’aggressione. Il termine «maranza» può descrivere uno stile o un’identità percepita, ma non è una categoria capace, da sola, di spiegare la violenza. La sfida è distinguere i fenomeni, leggere i dati senza deformarli e ricostruire i contesti senza assolvere chi commette reati. Solo così il dibattito può uscire dall’alternativa tra allarme e minimizzazione e misurarsi con la complessità delle storie che stanno dietro la cronaca.