di Irene Varveri
Leonforte – Presentato il 26 agosto allo Scenario delle Acque e delle Rappresentazioni, Tre di picche della compagnia La tela bianca, è il secondo spettacolo tra i finalisti della 43ª edizione del Premio Nazionale Teatro Città di Leonforte.
C’è una casa, ci sono tre giovani e ci sono tre modi diversi di stare dentro la propria vita. È da questo spazio apparentemente protetto che prende forma la pièce scritta e diretta da Gianmarco Ciotti, in scena insieme ad Alfonso Strumolo e Camilla Benvenuto.
La casa, non a caso, è una delle prime cose che un bambino impara a disegnare: una forma semplice, quasi elementare, che racchiude l’idea di un luogo sicuro, di appartenenza, di protezione. Ma nella casa di Tre di Picche quella protezione non è sufficiente. I tre protagonisti condividono lo stesso spazio, ma portano dentro tre storie, tre aspirazioni e altrettanti modi di guardare al futuro. C’è il pittore, che ha davanti a sé una tela bianca capace, almeno in teoria, di accogliere infiniti dipinti e che invece non riesce a tracciare nemmeno una linea. C’è il lavoratore, un ragazzo protetto dalla famiglia, quasi sempre favorito dal padre, ma proprio per questo forse poco abituato a costruire autonomamente il proprio percorso. Ed è lui, rivolgendosi al pittore, a pronunciare una delle frasi che meglio definiscono la sua condizione: «Tu un sogno ce l’hai, io no». E c’è la studentessa che vuole diventare magistrato, che vede nella sicurezza della professione un approdo per affrontare l’incognita del futuro.
Tre personaggi diversi, dunque, ma che nella scrittura di Ciotti diventano, come lui stesso racconta, «tre sfaccettature» di un unico personaggio. Una dichiarazione che illumina la natura profondamente personale della drammaturgia: il testo nasce infatti anche dall’esperienza dell’autore, laureato in ingegneria dopo un percorso di studi che non sentiva appartenergli, e dalla constatazione di quanto sia comune, soprattutto tra i giovani, ritrovarsi a percorrere strade che non corrispondono realmente ai propri desideri.
È una generazione che cerca il proprio posto, ma che spesso confonde il bisogno di sicurezza con quello di felicità. Anche il viaggio, nel caso della giovane studentessa, non diventa necessariamente sinonimo di libertà: dietro un anno sabbatico apparentemente vissuto all’insegna delle esperienze si nasconde la paura di affrontare davvero l’ignoto.
In questo universo chiuso si inserisce poi una presenza enigmatica: il vicino, silenzioso e voyeuristico, che osserva ciò che accade nell’appartamento. Una figura che non compare realmente in scena e la cui identità rimane volutamente sospesa. Non è necessario, infatti, arrivare a una risposta su chi sia: il suo valore sta anche nella funzione che assume all’interno del gioco teatrale. È uno sguardo esterno, un elemento che mette in relazione ciò che accade nell’appartamento con il mondo che sta fuori e che offre ai personaggi l’occasione di rivolgersi direttamente al pubblico.
È in questi momenti che la scena si apre, i personaggi si avvicinano agli spettatori e il rapporto con la platea diventa più diretto. Non una vera e propria rottura della quarta parete, ma un espediente capace di dare movimento, colore e vivacità alla performance, interrompendo la dimensione più chiusa dell’appartamento.
La semplicità dei dialoghi è uno dei punti di forza dello spettacolo. L’ilarità è pulita, nasce dalle situazioni e dai rapporti tra i personaggi e non ha bisogno di forzature. Allo stesso tempo, sotto la leggerezza affiorano domande più profonde: cosa resta quando un sogno non si riesce più a inseguire? Quanto della propria vita si costruisce per scelta e quanto, invece, per paura? E soprattutto cosa accade quando, tolta la protezione della casa, si è costretti a fare i conti con il proprio mondo interiore?
La prova dei tre interpreti è ben calibrata. Alfonso Strumolo, Camilla Benvenuto e Gianmarco Ciotti mostrano una buona intesa scenica, evidente anche nella precisione e nella fluidità dei movimenti. La loro conoscenza reciproca, nata già negli anni dell’Accademia, sembra tradursi in una naturalezza che il pubblico percepisce immediatamente. Non è soltanto affiatamento: è una complicità che sostiene il ritmo della scena e rende credibile la convivenza dei tre personaggi.
Anche l’inserimento della storia irpina, nata da un lavoro d’Accademia di uno degli interpreti e poi rielaborata da Ciotti, porta in scena un momento di colore e leggerezza, costruito con efficacia e capace di strappare il sorriso. È, tuttavia, uno degli elementi che sembrano aggiungersi alla struttura principale più che fondersi completamente con essa che, insieme ad alcuni passaggi nella seconda metà dello spettacolo, avrebbe forse richiesto una maggiore asciuttezza.
Tre di Picche possiede comunque una sua precisa identità e soprattutto una buona intuizione drammaturgica: raccontare tre giovani per parlare, in realtà, di una condizione molto più ampia. Quella di chi si trova davanti a una tela ancora bianca e non sa quale dipinto realizzare; di chi cerca nella casa un rifugio e scopre che nessun luogo può proteggerci per sempre; di chi guarda gli altri e, nel loro sguardo, finisce inevitabilmente per incontrare sé stesso.
Ed è forse anche per questo che l’approdo al Premio di Leonforte assume per La Tela Bianca un significato particolare. Per la compagnia si è trattato, come racconta Gianmarco Ciotti, della prima selezione a un concorso teatrale, accolta con grande gioia, nonostante il viaggio da Roma e la complessità di raggiungere Leonforte con una scenografia da trasportare. Un’esperienza vissuta dunque non soltanto come un riconoscimento, ma come una prima importante occasione di confronto con una realtà teatrale e con un pubblico diversi.
Ed è proprio il personaggio del pittore, alla fine, a lasciare la domanda più inquietante quando, rimasto solo, afferma: «Sono solo e non ho più niente da dire».
La tela è ancora bianca. Ma il vero tema dello spettacolo, allora, non sembra essere ciò che non è stato dipinto. È la difficoltà, molto più umana, di trovare il coraggio di cominciare.



