di Irene Varveri
È stato il Magnificat, il canto con cui Maria riconosce le grandi opere di Dio, il filo conduttore dell’incontro che si è svolto la sera del venerdì 16 ottobre al Circolo di Compagnia di Leonforte, dedicato al libro di don Filippo Celona: Magnificat. Perfettamente umana e umanamente perfetta, pubblicato da Il Pozzo di Giacobbe nel maggio 2025. Un’occasione di approfondimento teologico e culturale che ha intrecciato il significato del cantico mariano con temi di stringente attualità: la misericordia, la giustizia sociale, la capacità della comunità cristiana di accogliere le fragilità del nostro tempo. L’iniziativa è stata promossa dall’Accademia di studi classici e filosofici Bent Parodi di Belsito di Leonforte, di cui Salvo La Porta è rettore. Dopo una breve introduzione di Paolo Mineo, presidente del Circolo di Compagnia, il dialogo con l’autore, affidato a Paola Rubino, ha accompagnato il pubblico in una lettura della figura di Maria che ne ha messo in luce la vicinanza all’esperienza del quotidiano e la piena umanità. Sacerdote della diocesi di Piazza Armerina dal 2014, don Filippo Celona è nato a Gela nel 1980 e ha conseguito nel 2019 il dottorato in Sacra Teologia con specializzazione in Mariologia presso la Pontificia Facoltà Teologica Marianum di Roma. È parroco della chiesa di Santa Lucia a Gela, direttore dell’Ufficio diocesano di Pastorale giovanile e docente alla Facoltà teologica “San Giovanni Evangelista” di Palermo. Il titolo del volume racchiude il nucleo della riflessione: Maria è «perfettamente umana e umanamente perfetta». Non una figura astratta, distante dalla storia e dalle relazioni, ma una donna del proprio tempo, capace di ascoltare, scegliere e agire. La sua grandezza non cancella la sua umanità; al contrario, si manifesta attraverso di essa. Anche l’espressione evangelica «serva del Signore» non indica passività o rinuncia alla libertà, ma una risposta consapevole nella quale Maria conserva la propria capacità di discernimento e sceglie di aderire alla chiamata ricevuta. La Visitazione è emblematica di questa disposizione interiore. Dopo l’annuncio dell’angelo, Maria si mette in cammino per raggiungere la cugina Elisabetta, anch’essa in attesa di un figlio. Non rimane ripiegata sulla propria esperienza, ma si fa prossima a un’altra donna che ha bisogno di vicinanza e di aiuto. La sua fede diventa relazione e servizio: un movimento verso l’altro che costituisce una delle chiavi di lettura del cantico. «L’anima mia magnifica il Signore», recita il Vangelo di Luca. Il Magnificat, tuttavia, non è soltanto un inno di gratitudine. Le parole di Maria annunciano un capovolgimento delle gerarchie: Dio «ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili» e «ha ricolmato di beni gli affamati». La dimensione spirituale si intreccia così con quella sociale, perché la lode diventa anche riconoscimento della dignità di chi è povero, debole o escluso. Il cantico apre a una visione della storia nella quale le disuguaglianze non sono un ordine immutabile e la condizione degli ultimi non può essere considerata un destino inevitabile. Questa prospettiva richiama la responsabilità della Chiesa verso chi vive situazioni di bisogno. L’«opzione preferenziale per i poveri», espressione consolidata nella dottrina sociale cattolica, non significa escludere qualcuno, ma riconoscere che le persone più esposte all’ingiustizia richiedono un’attenzione particolare. E la povertà non è soltanto materiale: può assumere la forma della solitudine, della fragilità, dell’emarginazione o dell’assenza di ascolto. Le periferie esistenziali, più volte richiamate da papa Francesco, comprendono anche quei luoghi umani nei quali le persone rischiano di essere dimenticate. Il passaggio dalla compassione alla responsabilità trova un’immagine efficace nella parabola del buon Samaritano. Il sacerdote e il levita vedono l’uomo ferito lungo la strada, ma proseguono; il Samaritano, invece, si ferma e se ne prende cura. La differenza non consiste nel riconoscere la sofferenza, ma nel lasciarsene interpellare. È un criterio che riguarda ogni comunità: vedere non basta, se lo sguardo non si traduce in una scelta concreta di prossimità. In questa cornice si colloca anche il tema dell’accoglienza delle persone LGBT+, affrontato durante l’incontro attraverso una domanda rivolta a don Celona. È stata richiamata la limitata attenzione che la questione riceve nei media generalisti, a fronte di esperienze pastorali che, all’interno della Chiesa, cercano di promuovere ascolto e accompagnamento. Un esempio significativo è stato il convegno nazionale sulle buone pratiche di pastorale con persone omoaffettive e transgender, svoltosi a Roma il 4 settembre scorso. L’iniziativa è stata raccontata anche da Avvenire nell’articolo di Luciano Moia pubblicato il 5 settembre 2026, dedicato alle esperienze di ascolto, accoglienza e accompagnamento maturate in diverse diocesi italiane. L’incontro ha riunito operatori pastorali e rappresentanti ecclesiali, offrendo uno spazio di confronto su percorsi concreti già avviati nelle comunità. Queste esperienze non cancellano le differenze di sensibilità né significano che il cammino sia concluso, ma testimoniano una riflessione pastorale in movimento. La prospettiva di papa Francesco, con il richiamo a una Chiesa capace di uscire da sé e di raggiungere le periferie esistenziali, ha dato particolare rilievo alla necessità di incontrare le persone nella concretezza delle loro vite. L’accoglienza, in questo senso, non è un principio generico: chiede di ascoltare senza ridurre nessuno a un’etichetta e di non trasformare la diversità in una ragione di esclusione. La stessa attenzione alla persona attraversa il tema dei giovani, un’altra questione emersa nel dialogo. Come raggiungere le nuove generazioni in una società segnata da cambiamenti profondi e da una crescente difficoltà di comunicazione tra adulti e ragazzi? Non basta giudicarli o pretendere che corrispondano alle aspettative degli adulti. Occorre ascoltarli, comprenderne le inquietudini e riconoscere anche la responsabilità educativa di chi li accompagna. Famiglie, scuola, istituzioni e comunità ecclesiale sono chiamate a contribuire alla crescita di relazioni fondate sulla solidarietà, sulla fraternità e sul rispetto. La figura di Maria riunisce questi temi in un’unica traiettoria. Il suo sì è una scelta libera che non la sottrae alla realtà, ma la conduce verso gli altri; il suo canto riconosce l’opera di Dio e, insieme, annuncia una promessa di riscatto per chi non ha voce. La fede non elimina la fragilità umana, ma può diventare la forza che spinge a riconoscerla, ad accoglierla e a farsene carico. La presentazione al Circolo di Compagnia ha restituito così al Magnificat la sua duplice natura, spirituale e sociale. Il canto di Maria parla di Dio, ma interroga anche il modo in cui gli uomini vivono le relazioni, affrontano le disuguaglianze e si prendono cura di chi rischia di rimanere ai margini. La sua umanità, lontana dall’essere un dettaglio secondario, è ciò che la rende vicina alla vita di ciascuno. E il suo canto continua a porre una questione essenziale: quanto la fede riesce a tradursi in prossimità, ascolto e responsabilità verso l’altro?



