di Irene Varveri

LEONFORTE – C’è un’immagine che introduce subito il lettore nel mondo di L’origine del male. Il mistero di Enoch, il romanzo di Fabrizio Ventura: L’Angelo caduto di Alexandre Cabanel, il dipinto che raffigura Lucifero dopo la caduta. Nello sguardo della figura, insieme dolente e fiero, convivono la sconfitta e la sfida, una tensione che richiama il rapporto complesso tra bene e male e accompagna idealmente le domande al centro del libro.

La scelta dell’opera non è un semplice elemento estetico. Si accorda con un romanzo che affronta temi antichi e stratificati, dalle tradizioni esoteriche al Libro di Enoch, dalla geopolitica alla ricerca di un possibile significato nell’ordine della natura. Ventura mette in campo una cultura ampia, maturata attraverso letture, interessi e incontri, ma sceglie di non affidarla alla forma del saggio. La trasferisce invece in una storia, con personaggi e vicende capaci di accompagnare il lettore anche dentro argomenti complessi. È proprio questo equilibrio tra profondità dei riferimenti e accessibilità del linguaggio a caratterizzare il suo lavoro. Ritrovare Fabrizio dopo tanti anni è stato un piacere anche sul piano personale, perché ci lega un’amicizia. Venerdì pomeriggio, 23 ottobre, il suo romanzo è stato presentato al Circolo di Compagnia di Leonforte, nell’ambito delle attività dell’Accademia di Studi Classici e Filosofici Ben Parodi di Belsito. L’incontro ha offerto l’occasione per parlare non soltanto della trama, ma anche delle passioni e delle domande da cui il libro ha preso forma.

Per Ventura, il ritorno a Leonforte ha avuto anche un significato personale. Qui aveva lavorato per sedici anni presso la filiale di Intesa Sanpaolo, agli inizi della propria carriera. «Sono arrivato da giovane apprendista della vita adulta e ne sono uscito cresciuto», racconta. Tornare dopo sedici anni ha significato ritrovare luoghi e persone in una fase diversa della propria vita, con la curiosità di scoprire come sarebbe stato accolto e riconosciuto.

Fabrizio, da dove nasce l’idea di scrivere un romanzo che si interroga sull’origine del male?

«Mi hanno sempre appassionato l’angelologia e la demonologia. Il Libro di Enoch, in particolare, ha esercitato su di me un grande fascino. L’idea che il mondo possa essere stato contaminato da una dimensione trascendente ha stimolato la mia immaginazione. A un certo punto ho cominciato a mettere tutto questo su carta. La storia l’ho sognata: è da lì che è iniziata l’avventura». La suggestione del trascendente diventa così il punto di partenza di una costruzione narrativa nella quale la dimensione simbolica si intreccia con questioni storiche e contemporanee. Il titolo stesso richiama un interrogativo che attraversa culture e tradizioni religiose e filosofiche, senza che il romanzo si trasformi in una trattazione teorica.

Nel libro convivono diversi livelli di lettura. Come hai costruito questa struttura?

«Ci sono tre livelli orizzontali che si intrecciano e diversi livelli verticali. Chi ha conoscenze esoteriche può cogliere elementi che a un altro lettore possono sfuggire. C’è una storia d’amore, ma è anche uno strumento narrativo per raccontare le mie passioni: la geopolitica e l’esoterismo. Ho preferito inserire questi temi in una storia che potesse essere letta con piacere, piuttosto che scrivere un saggio che probabilmente avrebbero letto in pochi».

La scelta è significativa: la complessità culturale non viene semplificata fino a perdere consistenza, ma resa parte di una vicenda che invita a proseguire la lettura. Il romanzo può essere seguito per la sua trama e, al tempo stesso, offrire ulteriori chiavi di interpretazione a chi conosce i riferimenti che l’autore dissemina nel racconto.

Tra questi riferimenti, un posto importante è occupato dai Templari, che Ventura considera un punto di partenza per comprendere lo sviluppo di diverse scuole iniziatiche. Anche in questo caso, la sua passione ha radici lontane.

Come è cominciato il tuo interesse per l’esoterismo?

«Da ragazzo compravo i fumetti. Leggevo Dylan Dog, ma un giorno non lo trovai e presi un albo di Martin Mystère, della Bonelli. Era un mondo completamente diverso: si parlava di società segrete, alchimia, pietra filosofale. È stata una folgorazione, mi sono innamorato di questi argomenti». Da quella scoperta adolescenziale è cominciato un percorso che si è approfondito nel tempo, anche grazie alle persone incontrate e a quelle che hanno saputo indicargli nuove strade. La curiosità iniziale si è trasformata in una ricerca più articolata, nutrita da esperienze, letture e confronti. È un percorso che aiuta a comprendere la ricchezza dei riferimenti presenti nel romanzo, senza che questi diventino un ostacolo per chi si avvicina alla storia senza una preparazione specifica. Tra gli argomenti che più lo affascinano c’è anche la sezione aurea, alla quale nel libro è affidato un ruolo significativo. Ventura la interpreta anche come una possibile traccia del divino nell’ordine naturale. «La sezione aurea è uno degli argomenti che mi affascinano di più. È come se permettesse di razionalizzare Dio attraverso il numero, oppure di riconoscere nella natura una traccia di Dio». È una prospettiva filosofica e simbolica che nel romanzo si lega a uno dei nodi della trama, senza che sia opportuno anticiparne gli sviluppi. Anche qui si ritrova il metodo dell’autore: partire da un tema che attraversa la storia del pensiero e inserirlo in una narrazione in cui il lettore possa scoprirne gradualmente il significato.

Che cosa ti ha dato la scrittura?

«La cosa più bella è essere il padrone assoluto della storia. Puoi decidere quello che succede, sei tu a creare. In qualche modo sei creatore, sei onnipotente».

In questa libertà Ventura ha riversato molto di sé, pur senza avere l’intenzione di scrivere un romanzo autobiografico. Le sue passioni e i suoi interessi sono entrati nella storia in modo naturale, fino a renderla personale. Ma il libro, una volta pubblicato, ha iniziato a vivere anche attraverso le interpretazioni dei lettori. «Mi è capitato di parlare con amici che avevano letto il romanzo e di scoprire significati che io stesso non avevo previsto. Credo sia giusto così: a un certo punto le opere non appartengono più soltanto a chi le ha scritte, vengono consegnate al mondo e ognuno le interpreta a modo suo». Il rapporto tra autore e lettore diventa così un ulteriore livello di lettura: le intenzioni di chi scrive incontrano sensibilità ed esperienze diverse, generando significati che possono andare oltre quelli iniziali. La cultura che alimenta il romanzo non resta quindi chiusa in un sistema di riferimenti, ma diventa materia di confronto.

Dopo aver scritto il libro, è cambiato il tuo modo di guardare al male?

«No, non ho trovato risposte. Ho trovato altre domande. Ma credo che sia proprio questo il senso della ricerca». È una conclusione coerente con lo spirito del romanzo. L’origine del male. Il mistero di Enoch non promette una spiegazione definitiva, ma accompagna il lettore attraverso temi che chiedono di essere esplorati e interpretati. La cultura di Ventura si traduce così in una narrazione che non rinuncia alla complessità, ma cerca una strada per condividerla: una storia da seguire e, per chi lo desidera, da leggere anche oltre la superficie della trama.