di Irene Varveri
MESSINA – Sabato sera scorso, un gruppo di amici accomunati dalla passione per il teatro e il musical raggiunge il PalaRescifina di Messina per assistere a Notre-Dame de Paris. Nel gruppo c’è chi ha già visto lo spettacolo tre o quattro volte, in anni e città diverse. Anche sugli spalti si incontrano spettatori che conoscono le canzoni, ricordano le scene e raccontano di essere tornati più volte. Non è soltanto il piacere di ritrovare uno spettacolo amato: è anche la possibilità di ritrovare, attraverso una storia conosciuta, significati che il tempo e l’esperienza personale possono rendere diversi. Tra le immagini più belle della serata c’è quella di una bellissima bambina di appena tre anni che conosce tutte le canzoni di Notre-Dame de Paris e le canta con la naturalezza di chi è cresciuto ascoltandole. Un dettaglio semplice, che racconta come uno spettacolo nato tanti anni fa continui a raggiungere pubblici diversi e ad attraversare le generazioni. A Messina, l’opera ritrova il suo pubblico attraverso le musiche di Riccardo Cocciante, l’impatto delle scenografie e le interpretazioni. Giò Di Tonno è Quasimodo, Vittorio Matteucci Frollo, Graziano Galatone Febo ed Elhaida Dani Esmeralda. Quattro personaggi attraverso i quali prendono forma la diversità, il desiderio e il potere, ma anche la generosità e la solidarietà. Accanto a loro, ballerini e acrobati di straordinaria bravura, provenienti da diverse parti del mondo, danno vita a coreografie di grande impatto, contribuendo alla forza visiva dello spettacolo. Cocciante tiene a definire Notre-Dame de Paris un’«opera popolare»: non un musical nel senso tradizionale, né un’opera lirica, ma una storia raccontata interamente attraverso il canto, senza dialoghi parlati. È la canzone, con la sua immediatezza, a farsi veicolo di emozioni e a raggiungere pubblici diversi. Probabilmente è proprio in questa scelta che risiede una parte della longevità dello spettacolo, mentre le vicende dei personaggi continuano a porre domande sempre attuali.
La prima riguarda gli ultimi. Nel romanzo di Victor Hugo, ambientato a Parigi nel 1482, la Corte dei Miracoli è il luogo in cui si raccolgono coloro che la società respinge: poveri, mendicanti, persone senza protezione, uomini e donne che non trovano posto nell’ordine riconosciuto. Sono gli esclusi, quelli che la comunità preferisce tenere fuori dal proprio sguardo, salvo ricordarsi della loro esistenza quando diventano un problema. La loro condizione richiama un meccanismo che non appartiene soltanto al mondo di Hugo. Ancora oggi, un singolo individuo può essere identificato attraverso un’etichetta e diventare il rappresentante di un’intera categoria, da temere o individuare come nemico. La distanza storica e culturale tra la Parigi del romanzo e il nostro tempo è evidente, ma resta attuale il modo in cui si stabilisce chi appartiene alla comunità e chi è destinato a rimanerne ai margini. La Corte dei Miracoli, in tal senso, smette di essere soltanto una canzone corale e assume il significato di un inno degli esclusi. In quel mondo rovesciato chi è stato respinto trova una comunità e un’appartenenza che la società gli nega. Le differenze fisiche e sociali, che fuori diventano motivo di derisione e di rifiuto, si trasformano in segni distintivi, elementi di riconoscimento reciproco e persino motivi di orgoglio. Ciò che la società considera una mancanza diventa così parte di un’identità condivisa. Da questa prospettiva non sono più soltanto gli esclusi a essere giudicati, ma è la società stessa a dover fare i conti con i propri pregiudizi e con i confini che traccia tra chi considera degno di appartenere alla comunità e chi, invece, relega ai margini. Un’altra chiave di lettura è La Strega. Esmeralda viene indicata come una presenza pericolosa, una donna straniera e diversa, da sorvegliare e condannare. Ma dietro l’accusa di Frollo si nasconde una contraddizione personale: è lui a essere tormentato dal desiderio che prova per lei, incapace di conciliare quella passione con l’immagine morale che ha di sé. Invece di affrontare il proprio conflitto, trasferisce la colpa su Esmeralda. È lei a diventare la tentatrice, la strega, la causa del suo turbamento. Frollo non si limita a giudicare: costruisce una colpevole per sottrarsi al confronto con sé stesso. La sua autorità gli permette di trasformare un conflitto personale in una condanna che ricade su un’altra persona. È un meccanismo noto: l’individuazione di un nemico diventa un modo per spostare l’attenzione, attribuire ad altri la responsabilità di un disagio e sottrarsi alle proprie contraddizioni. Non occorre sovrapporre il mondo di Hugo al nostro per riconoscere quanto sia facile privare una persona della sua complessità e trasformarla in un bersaglio. E poi c’è la bellezza, che nell’opera assume significati diversi e contraddittori. Esmeralda è bella, e la sua bellezza è evidente. Ma lo sguardo che si posa su di lei non è sempre capace di riconoscerla come persona: gli uomini la desiderano, la idealizzano, vorrebbero possederla. Frollo arriva a trasformare proprio quel desiderio in un’accusa contro di lei. La bellezza, anziché proteggerla, diventa anche il pretesto della sua persecuzione. Ciò che gli altri provano viene attribuito a lei come una colpa. Quasimodo, al contrario, viene giudicato per il suo aspetto e considerato mostruoso prima ancora che qualcuno provi a conoscerlo. Frollo, uomo autorevole e rispettato, mostra quanto la rispettabilità esteriore possa nascondere conflitti e crudeltà. Hugo rovescia così le apparenze: la bellezza fisica non garantisce quella interiore, e la diversità di un corpo non annulla l’umanità, semmai la sublima. La bellezza, dunque, può suscitare ammirazione ma anche desiderio di possesso, può diventare un privilegio oppure trasformarsi in una condanna. Quando il desiderio si traduce nella pretesa di possedere, controllare o decidere della libertà altrui, sono le donne a subirne le conseguenze più drammatiche, vittime designate di una violenza che le punisce proprio per non corrispondere alle aspettative di chi pretende di esercitare potere su di loro.
A Messina, lo spettacolo si conclude con una standing ovation per uno spettacolo sempre attuale che conferma il valore delle opere ispirate ai grandi classici, la loro capacità di attraversare le epoche, di mettere in discussione le nostre certezze e insegnarci a guardare anche ciò che ci è estraneo senza fermarci al giudizio più immediato. È anche questo che la bellezza può fare: non soltanto emozionarci, ma renderci più attenti e consapevoli, più capaci di riconoscere l’umanità dove non siamo abituati a cercarla. La celebre affermazione «la bellezza salverà il mondo», associata a Dostoevskij, non è una garanzia ma una possibilità affidata alla cultura, all’arte e alla nostra disponibilità a guardare il mondo con occhi nuovi.
Forse torniamo a vedere Notre-Dame de Paris anche per questo. Perché una storia che conosciamo già può ancora sorprenderci.



