di Giovanni Vitale
In logica matematica la questione non si pone: ‘giusto’ e ‘sbagliato’ hanno lo stesso valore di ‘vero’ e ‘falso’, di ‘corretto’ ed ‘errato’. Sin dai tempi di Aristotele non si dà il caso di una terza possibilità, ovvero una cosa è giusta o sbagliata, che detta in latino è “tertium non datur”, ed è nota come “legge del terzo escluso”. Per il filosofo greco ciò costituiva, insieme ai principi di ‘identità’ e di ‘non contraddizione’ la base fondamentale di ogni ragionamento, principi che peraltro s’è poi visto essere ‘coestensivi’, cioè dello stesso assoluto valore logico e riducibili l’uno all’altro. Oggi sappiamo che ciò non è valido in ogni caso, che si possono presentare situazioni per cui è logico che una condizione ‘sfumi’ nell’altra, che cioè non solo non la contraddica ma che addirittura assuma caratteristiche dell’altra pur restando se stessa.
Perfino con le scienze “dure”, a ben vedere, ci sono casi per cui tale distinzione in certuni diventa meno rigida, fino a sfumare, a compenetrarsi l’una nell’altra. Ad esempio in fisica nei ‘cambiamenti di stato’ o per la ‘natura’ dei fotoni; in matematica nella funzione di limite o di coerenza dell’aritmetica.
Se ci spostiamo su problematiche umane la questione prende aspetti ancora meno determinati, più paradossali direbbe la logica. Stabilire ciò che è giusto o sbagliato in senso assoluto pare infatti non sia solo questione etica risolvibile in prospettiva filosofica, cioè se ci si possa arrivare secondo la pura ragione (come ha sostenuto I. Kant), oppure in termini utilitaristici ovvero secondo maggioranze (J. Stuart Mill). Già D. Hume ha spiegato come giusto e sbagliato, individualmente o per gruppi, dipenda essenzialmente dall’idea di ciò che è ritenuto buono o cattivo, cioè dell’idea personale e condivisa del ‘bene’.
In biologia s’è scoperto che ciò è fortemente connaturato e strutturato evolutivamente. Si è scoperto, ad esempio, che l’omicidio “giustificato” diretto, oppure attraverso fasi complesse, attiva zone cerebrali diverse. Si è osservato che l’azione di uccidere qualcuno immediatamente o dovendo elaborare e coordinare più azioni per farlo, pur ritenendolo ‘giusto’ e necessario in entrambi i casi, coinvolge aree della corteccia cerebrale differenti e maggiormente primordiali nel caso più “semplice” e diretto. Che è come dire che ci siamo evoluti verso un senso complesso del ‘giusto’.
Insomma la faccenda non è solo linguistica o religiosa, ma per dirla con I. Asimov, c’è sempre una “giustezza” maggiore o minore, a seconda di quel che si considera. E che a scegliere ciò che è “più giusto”, distinguendolo da quel che è certamente sbagliato, l’aiuto migliore che possiamo sperare ci viene dalla conoscenza e dalla scienza!



