di Giovanni Vitale

Ci sono termini, in ogni lingua, il cui riferimento è così forte da permettere slittamenti nel significato anche cospicui, veri e propri deragliamenti semantici, e che ciononostante mantengono la propria vitalità nell’uso e nella pratica.
Un tipico esempio nel nostro idioma è la parola ‘nave’. Sostantivo femminile [lat. navis, affine al gr. ναῦς], sinonimo di “bastimento”, ovvero un natante di grandi dimensioni, che ha mutato nei secoli più e più volte il riferimento diretto, cioè l’oggetto che sta ad indicare. Tali mutamenti sono stati dovuti talvolta ad evoluzioni tecnologiche, talaltra a specifiche d’uso dell’oggetto che, di volta in volta, sono stati determinati aggettivando la parola. Infatti sono innumerevoli le occorrenze diverse per cui sta ad indicare oggetti che possono differire anche sostanzialmente, pur mantenendo inalterato il termine principale. Basterebbe aver presente, ad esempio, una ‘nave fattoria’ (che è l’errata traduzione del termine inglese ‘factory’, più propriamente ‘stabilimento’), che è una sorta di piattaforma galleggiante per l’estrazione e le prospezioni petrolifere, in confronto con una ‘nave spaziale’ oppure quella ‘sottomarina’. È evidente che si tratta di oggetti affatto diversi sia nella forma che per l’uso e la funzione. Eppure la parola resta lì e ne permane, si potrebbe dire imperiosamente, la dizione benché il significato che esprime ed il suo riferimento cambiano radicalmente.
Generalmente la lingua ricorre ad articolazioni più discrete, magari mantenendo la radice del termine iniziale e sviluppando la parola in modo da contenerne la diversità, oppure vengono coniati termini completamente altri, possibilmente tendenti a farne rilevare la funzione. Ciò, invece, non è avvenuto per la ‘nave’, la cui dizione attraversa praticamente l’intera storia della nostra cultura e, come una sorta di ‘catacresi’ – che è la figura retorica per cui un termine va oltre il proprio riferimento lessicale, ad esempio “le gambe del tavolo” o “il collo della bottiglia” -, mantiene la propria espressività inalterata benché fortemente comunicativa.
Non ci troviamo nel campo della ‘metafora’ e nemmeno della ‘analogia’. Non abbiamo un uso del termine il cui significato è “come” qualcosa d’altro, di affine, e che ci rimanda dentro a quel significato; oppure un uso del termine che ci porta intenzionalmente “fuori” dal suo riferimento originario. Si tratta di una parola che al di là di ogni intento retorico ci astrae da ogni specifica pertinenza per tenerci vincolati ad una nebulosa di senso, in questo caso all’idea del viaggio e dello spostamento, in cui il riferimento rimbalza da una occasione d’uso all’altra senza andare, come si suol dire, troppo per il sottile. Cosa tanto più curiosa trattandosi di un manufatto dall’imprescindibile elaborazione tecnologica nonché dal coordinamento di varie discipline della conoscenza, dell’artigianato e dell’industria. Settori in cui la precisione e l’esatta determinazione dei significati sono, solitamente, un tutt’uno con la pratica progettuale e realizzativa.
A dire il vero c’è un’occorrenza della parola ‘nave’ per cui si è fatto ricorso ad un’articolazione composita e che sembrerebbe contraddire quanto detto più su. Si tratta però di un uso prettamente letterario per cui non esiste a tuttora un oggetto di riferimento, se non per la fantascienza, cioè: ‘astronave’. Si tratterebbe di una nave per viaggi fuori costellazione o intergalattici che non solo non è mai stata realizzata ma la cui produzione appare a tuttora del tutto fuori portata.