di Salvo La Porta
Sul marciapiede di quello che una volta fu “La società di Crisa”, eravamo seduti gli epigoni del Circolo di Compagnia, che molti si ostinano a chiamare Casino dei nobili di Leonforte. I vigili urbani, bontà loro, ci avevano permesso di sostare sino a quando non si fosse appressata l’ora della processione della Madonna Annunziata, festa grande per i leonfortesi, così come l’aveva voluta decenni orsono il Parroco don Angelo Signorelli.
Quant’era “ bieddu patri ‘e parricu!” e quanti padri di famiglia aveva “sistemato”, e aveva strappato all’indigenza, in virtù dei suoi buoni rapporti con alcuni ministri democristiani!
La festa dell’Annunziata era diventata, dunque, l’occasione, per dimostrare la devozione alla Madonna, che si era servita dell’opera di don Angelo, per soccorrere molte famiglie in difficoltà. Era così solenne da entrare in competizione con quella di “ Menzaustu”, che celebrava la gratitudine dei leonfortesi, che la Vergine aveva salvato dalla peste. Ma neppure il nuovo parroco scherzava sul fasto delle cerimonie religiose e sui fuochi d’artificio, che una volta avevano fatto uscire dai gangheri Tanino. Di queste cose parlavamo e di altro.
C’erano il duca di Tramontana, Vincenzo, Salvatore da Paterno’, Turi, Nino e Leo. L’aria era tiepida e ingentilita dall’ebbrezza dell’odore di zagara; un dolcissimo silenzio, profanato ogni dieci minuti dal gracchiare di una musica, che un deficiente diffondeva dalla sua macchina a voce di testa, correndo all’impazzata per il Corso semivuoto. “ Ninu, cuntini du fattu…”, cominciava Leo e Nino, vincendo il disappunto del Duca e di Salvatore, dopo una finta ritrosia, dava per l’ennesima volta il resoconto di un’esperienza, fatta nell’anticamera di una “ gentildonna”, che esercitava il “mestiere ‘, alla Porta Crucifissu, in via Porta Palermo.
Toc, toc , toc, si spalanca una porta e Primuzza, la padrona di casa, annuncia la triste notizia,
“Angilina nun c’è!” Angelina, la signora che cercava Nino, non c’era. Era andata, chissà dove, a farsi “una quindicina “. A questo punto, si affaccia Afro’ un disinvolto “giovane” frequentatore della casa che, impietosito della delusione di Nino, gli offre i suoi favori.
“Anglilina nun c’è…. ma ci sugnu iiu. Nun è ca sugnu tantu diversu!”.
Nino a spergiurare di essere scappato e gli amici ad insinuare che, alla fine, avesse fatto di necessità virtù. Risate di tutti, compresi il Duca e Salvatore. Avevamo appena finito di ridere, quando quella compagnia, la cui età media si aggira sugli ottanta, è attratta da un’immagine, che ti colpisce nel profondo del cuore.
Un ragazzo sulla quarantina, alto, imponente, ben fermo sulle gambe, bello, con sulle spalle il suo tenero virgulto, avanza come se non esistesse che lui è il bambino. Già il bambino! Proprio il bambino ferma il nostro sguardo, mentre abbandona sicuro e sereno il capo su quello del padre. I discorsi “ ad mentulam canis” e le risate svaniscono dinanzi alla dolcezza dell’amore di un padre e di un figlio, per lasciare il posto ad una domanda, “ vuoi vedere che era San Giuseppe?”
Vuoi vedere? Chissà?



