di Graziella Mignacca

CENTURIPE – Trentotto anni vissuti fianco a fianco, nella stessa sezione di scuola dell’infanzia, a crescere generazioni di bambini. Senza mai uno screzio. La storia di due maestre, Santina Anfuso e Gabriella Castana, è un raro intreccio di destini. In pensione da qualche giorno raccontano il loro bellissimo percorso lavorativo e diventano notizia in un frangente in cui il protagonismo e l’individualismo catalizzano ogni intento anche e soprattutto nel mondo del lavoro; a prescindere dal settore in cui si esercita la professione. “Ci sono storie che sfidano il tempo e la routine, trasformando il lavoro quotidiano in una forma di rispetto e di amore al fine di portare a termine una delle missioni più imporanti per una maestra: educare e trasmettere valori in un clima sereno di apprendimento” spiega Santina. “La nostra è la storia di due maestre con un legame indissolubile iniziato per caso o per destino sui banchi dell’ultimo anno di scuola magistrale – spiega la docente -. Io provenivo dal classico, ma mi ero trasferita al magistrale per accelerare i tempi e lì ho incontrato Gabriella. In quell’anno io ho anche avuto il mio primo figlio, Giuseppe, ad ottobre l’anno è iniziato col fiocco azzurro sulla porta della classe”.

Una sintonia nata sui banchi di scuola, da scolari?

“Proprio così – spiega la docente – e poi tutto è stato da routine: l’ansia dell’esame, quella del concorso, la gioia immensa di entrare di ruolo insieme, e di essere destinate alla medesima sezione, il plesso Napoli dell’istituto comprensivo “Fermi- Leopardi” di Centuripe, dove abbiamo lavorato nella stessa sezione per tutti questi anni. A pensarci ora dopo tanti anni mi chiedo come sia stato possibile che non abbiamo avuto mai dissapori. Difficile spiegarlo, so che sicuramente lavorare insieme è una delle cose più belle che potevano capitarmi. E’ stata la collega che tutti vorrebbero avere e l’amica che pochi hanno la fortuna di incontrare “.

Evidentemente caratteri simili?

“Assolutamente no, abbiamo due caratteri opposti: l’una timida e riflessiva, l’altra istintiva ed esuberante. Due mondi che invece di scontrarsi si sono completati, rendendo entrambe professioniste e donne migliori e ringrazio il cielo per avere avuto la fortuna di lavorare con lei, collega e amica. In quasi quarant’anni, mai uno screzio. Solo un sostegno incondizionato alle idee dell’altra, cementato da una vicinanza che superava l’orario scolastico” ribadisce Gabriella.

A confermare ogni singola parola è la collega Santina: “Caratterialmente siamo il giorno e la notte. Io più  timida, ma dotata di una profonda e calma riflessività; lei un vulcano di istinto, esuberanza ed energia pura. Eppure, in questo contrasto apparente, non c’è mai stato spazio per lo scontro. I nostri caratteri si sono smussati e incastrati come pezzi di un puzzle perfetto, rendendo entrambe donne e professioniste migliori. In trentotto anni di servizio non abbiamo mai cercato di prevaricare, mai una parola fuori posto; al contrario, ogni idea dell’una trovava l’appoggio incondizionato e l’entusiasmo dell’altra”. Una complicità totale, la loro, che superava i confini della scuola: abitando una di fronte all’altra, capitava spesso che la programmazione didattica continuasse a casa, con le due maestre che si confrontavano parlandosi da un balcone all’altro, tra un sorriso e un’idea per il giorno dopo.

“Proprio così, e in quella stessa sezione dove insegnavamo, tra giochi, disegni e canzoncine, sono passati anche i nostri figli – spiega Gabriella – i miei tre Rosa, Salvo e Annalisa e due dei suoi tre figli Salvo e Giulia”.

Un’esperienza che entrambe ricordano come densa di emozioni.

E’ stato difficile conciliare il ruolo di genitore con quello di maestra?

“In classe cadevano le etichette tradizionali e si creava una magia dolce e bizzarra: i bambini, per non fare favoritismi e per calarci in quel contesto formale, non ci chiamavano mamma, ma maestre. Un doppio ruolo vissuto con naturalezza e amore infinito, che ha reso quegli anni ancora più indimenticabili” spiegano.

Un sodalizio così profondo, il loro, da meritare una celebrazione speciale: al traguardo dei venticinque anni insieme, hanno festeggiato le loro “nozze d’argento” professionali con una bellissima festa, ricca di gioia e completa di bomboniere per ricordare a tutti che certi legami sono promesse sacre.

“E’ stato bello – spiega Gabriella sederci nello stesso tavolo insieme ai nostri rispettivi coniugi, il mio (Giuseppe Saccone) e di Santina (Santino De Maria) per noi la scuola e la famiglia si coniugavano benissimo”.

Qual è stata la vostra soddisfazione più grande in ambito lavorativo?

“Guardandoci indietro, la gratificazione più grande sicuramente quella di vedere i nostri ex alunni, ormai adulti, tornare a scuola per affidarci i propri figli” dicono.

E nell’ambito familiare?

“I nostri figli ci hanno visto sotto una duplice veste e tra le due famiglie si è creato grande affiatamento. In una sua lettera intestata a me una mia figlia mi ha scritto: “Sei una mamma prezioa e sei stata una maestra che non si è limitata ad insegnare abilità, ma hai trasmesso valori, hai visto in ogni bimbo non solo chi erano ma soprattutto chi potevano diventare e gli hai donato ciò che gli mancava per affrontare la vita con più forza, gentilezza e consapevolezza” spiega Santina che poi mostra anche la lettera scritta dalla figlia alla maestra Gabriella. “Cara maestra Gabriella, è stata una presenza nella vita di nostra madre ma anche nella nostra, ed abbiamo avuto il piacere di conoscerla in entrambi i ruoli, è stata una presenza positiva ed ecco perchè la guardiano con lo stesso affetto e stima di allora”.

A chi oggi intraprende questo viaggio nelle aule quale consiglio vi sentite di dare?

Un consiglio semplice quanto rivoluzionario: “Che abbiano sempre un profondo rispetto l’una verso l’altra, senza mai cercare di prevaricare. Perché il segreto per educare al futuro non sta nel primeggiare, ma nel saper condividere un percorso agendo con buon senso” dicono.

Il segreto di una sinfonia perfetta, dopotutto, sta nel saper ascoltare il passo dell’altro/a. Non si può educare prescindendo dall’esempio diretto.