di Irene Varveri
LOURDES – Dal 1° al 5 settembre, un gruppo di pellegrini di Leonforte ha raggiunto Lourdes per un appuntamento che, ormai quasi ogni anno, rinnova il legame della comunità con il santuario mariano. Ad accompagnarlo è padre Nino Lo Grasso, tra coloro che dal 2009 hanno contribuito a recuperare l’antico culto della grotta di Sant’Elena a Leonforte, dove ogni 18 agosto viene celebrata una Messa. Il viaggio comincia il 1° settembre all’aeroporto di Catania, su un volo di linea. I bagagli a mano raccontano già qualcosa di chi parte: rosari, immagini, piccoli oggetti preparati per il pellegrinaggio, segni discreti di un’appartenenza. Ma quello stesso volo diventa presto un primo crocevia di popoli: accanto all’italiano si ascoltano il francese, lo spagnolo e altre lingue. Il viaggio, reale e insieme interiore, comincia così prima ancora dell’arrivo, dentro un velivolo nel quale persone diverse condividono per qualche ora la stessa direzione.
A Lourdes, poi, la dimensione internazionale diventa evidente. Pellegrini provenienti da ogni parte del mondo, giovani e anziani, famiglie e gruppi organizzati si muovono insieme agli ammalati, alle persone in carrozzina, a chi accompagna e a chi assiste. La fragilità non viene nascosta né relegata ai margini: attraversa il cuore del pellegrinaggio e finisce per diventarne una delle immagini più forti. La devozione assume così anche una forma concreta, fatta di prossimità, sostegno e cura. È nelle piscine del Santuario, da poco riaperte al pubblico, che questa dimensione acquista una particolare intensità. La fila comincia presto, già dalle sei del mattino, e può durare ore per un gesto che dura invece pochi istanti: entrare nell’acqua, immergersi, tornare fuori. Sono tornate le persone e anche quella vicinanza fisica che gli anni della pandemia avevano reso difficile. La paura del contagio sembra ormai appartenere a un passato lontano; ci si sta accanto, si parla, si aspetta insieme. In quella fila, composta da volti e lingue differenti, si ricompone una piccola comunità.
Il gesto dell’immersione porta con sé una storia che risale al 1858, quando Bernadette raccontò che la Vergine le aveva indicato la sorgente e le aveva chiesto di bere e lavarsi. Per chi vi entra oggi, quel gesto può assumere un significato intimo: un passaggio, una rinascita, la possibilità di lasciare per qualche istante ciò che pesa e tornare alla superficie con uno sguardo diverso. È difficile non pensare alle parole del Vangelo di Giovanni: «Se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio». L’acqua come nascita nuova, dunque, ma anche come simbolo di trasformazione. Ed è qui che la parola conversione sembra assumere un significato più ampio: non soltanto nella sua accezione religiosa, ma come conversione dello sguardo, capacità di avvicinarsi all’altro e di riconoscerlo nella sua diversità.
La diversità, del resto, è ovunque. È nelle lingue che si intrecciano, nei pellegrini arrivati da continenti lontani, nei modi differenti di pregare. È anche nella scena di un uomo incontrato davanti al Santissimo Sacramento: inginocchiato, il rosario tra le mani, cristiano, ma con una postura raccolta e quasi prostrata che richiama, per la sua forma, la preghiera musulmana. È rivolto verso l’altare e poi, quasi con naturalezza, bacia la terra. Non c’è confusione tra le fedi, né sincretismo di gesti e di riti, ma qualcosa di più antico e universale: il corpo dell’uomo che si affida completamente a Dio.
Cambiano le parole, cambiano i riti, cambiano le direzioni della preghiera. Rimane la ricerca interiore del divino, quel gesto primordiale dell’affidamento e quella tensione dell’umano verso il divino. Viene allora alla mente il profeta Isaia: «La mia casa si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli». A Lourdes quelle parole sembrano trovare una concreta rappresentazione nelle voci di chi arriva da lontano e, soprattutto, nella fiaccolata serale: canti e preghiere in lingue diverse, migliaia di persone sotto lo stesso cielo, ciascuna con la propria storia e la propria fede, raccolte intorno alla stessa luce.
A voler essere sinceri, i gruppi italiani appaiono forse un po’ più disordinati e vociaioli; gli stranieri, in genere, più composti. Anche questa è una differenza che finisce per entrare nella scena senza spezzarne l’armonia. Per il gruppo leonfortese il primo giorno passa dalla Messa celebrata da padre Lo Grasso nella cappella di San Massimiliano Kolbe e dalla recita del rosario da lui guidata alla Grotta di Massabielle nel primo pomeriggio, trasmessa anche da TV2000. La sera è ancora la Grotta, con la prima fiaccolata, mentre la luce delle candele si moltiplica nella notte. In mezzo a quella moltitudine ci sono gli ammalati, le carrozzine, i volontari, le mani che sostengono e i passi lenti della processione accompagnata dall’inno a Maria.
Ma Lourdes non è soltanto il luogo della sofferenza e della preghiera. È anche un luogo abitato dai giovani. L’ultima sera, quasi inaspettatamente, si offre agli occhi un’immagine di particolare leggerezza: una ragazza molto giovane, a piedi nudi, seduta sul parapetto con le gambe incrociate, dall’altra riva del fiume. Dall’altra parte arrivano le voci della preghiera, l’Ave Maria, e lei rimane ad ascoltare. Non sembra avere fretta di andare via; sembra semplicemente lasciarsi raggiungere da quelle voci che attraversano la sera. È un’immagine lieve, quasi sospesa, che restituisce un altro volto di Lourdes: quello dei giovani, di chi osserva, ascolta, partecipa forse attraverso una forma meno codificata, ma non per questo meno autentica. C’è chi si immerge, chi recita il rosario, chi si inginocchia, chi accompagna un malato, chi accende una candela e chi, semplicemente, ascolta. Una pluralità di gesti e di sensibilità che non annulla l’unità del luogo, ma sembra anzi alimentarla.
Il 4 settembre, nell’ultima giornata piena prima del rientro, il gruppo lascia per qualche ora Lourdes per raggiungere le Grotte di Bétharram. Qui un fiume sotterraneo ha scavato la roccia nel corso dei millenni, modellando un mondo nascosto nel ventre della montagna. L’acqua diventa memoria della terra e forza paziente, capace di incidere ciò che appare immutabile. Dalle grotte il percorso conduce poi al Lago di Lourdes, di origine glaciale, immerso nel paesaggio dei Pirenei. È un’immagine quasi pittorica: la superficie quieta, la luce che si posa sull’acqua, le montagne sullo sfondo. Un paesaggio che, anche per la sua appartenenza francese, sembra evocare alla memoria la sensibilità del quadro impressionista, quando la realtà non viene semplicemente descritta, ma colta nella mutevolezza della luce e dell’atmosfera. Dopo il fiume nascosto nella montagna, la superficie del lago offre una diversa declinazione dello stesso elemento: non la forza che scava, ma la quiete che riflette.
È questa la metafora che il viaggio consegna, lasciando a ciascuno la libertà di interpretarla e viverla secondo la propria sensibilità: l’acqua non cancella la roccia, la attraversa e lentamente la trasforma. Così può essere la conversione, se la si intende non soltanto come un ritorno verso Dio, ma come un cambiamento dell’umano; non chiedere all’altro di diventare uguale a noi, ma cambiare abbastanza da poterlo incontrare. La presenza dei tanti stranieri, il susseguirsi delle lingue, le differenti forme della preghiera, gli ammalati e i giovani compongono un’immagine di comunità nella quale le differenze non vengono cancellate, ma possono convivere. La preghiera alla Nostra Signora di Lourdes diventa così anche un’occasione d’incontro che non uniforma o annulla, ma avvicina.
Ed è qui che la parola conversione acquista il suo significato più profondo: una conversione dell’umano, prima ancora che dell’appartenenza; un’apertura alla prossimità, alla cura, all’ascolto e alla convivenza pacifica dei popoli. Lourdes lascia intravedere la possibilità di un mondo nel quale la fede non separa, ma può diventare una lingua dell’incontro; nel quale la fragilità non emargina, ma richiama alla responsabilità verso l’altro; nel quale le differenze non sono un ostacolo alla pace, ma la condizione stessa attraverso cui imparare a costruirla. Il 5 settembre arriva il momento del rientro. Si torna a casa con immagini difficili da archiviare: le carrozzine lungo i viali del Santuario, le lingue diverse della fiaccolata, l’uomo inginocchiato davanti all’altare, la ragazza a piedi nudi sull’altra riva del fiume, l’acqua delle piscine, quella nascosta sotto la montagna e quella quieta del lago.
Il senso del pellegrinaggio può stare proprio qui: partire da un luogo preciso per scoprire che la strada conduce altrove, verso l’altro, verso ciò che non conosciamo, verso una dimensione dell’umano resa più vasta dalle differenze.
E l’acqua continua a scorrere.



