di Irene Varveri
Tra fragilità, effimero, libertà creativa e il ritorno a Leonforte, il critico teatrale e giornalista di TV2000 e Avvenire racconta il suo rapporto con il teatro e il suo modo di attraversarlo.
A qualche giorno dalla serata conclusiva della 43ª edizione del Premio Nazionale Teatro Città di Leonforte, svoltasi il 30 agosto, ho voluto continuare a distanza la conversazione con Michele Sciancalepore, dopo il piacere di averlo incontrato nuovamente a Leonforte. Michele era già stato al Premio nel 2022, quando aveva ricoperto un doppio ruolo: presidente della giuria e conduttore della serata finale. Quest’anno è tornato sul palco esclusivamente come presentatore, portando con sé la stessa curiosità e quella particolare capacità di attraversare il teatro da prospettive diverse.
Critico teatrale, giornalista, autore e conduttore di Retroscena su TV2000 e firma di Avvenire, Sciancalepore ha costruito negli anni un rapporto con il teatro che non si esaurisce nella critica. Nelle sue parole la scena diventa un luogo nel quale interrogarsi sull’uomo, sulla conoscenza, sulla fragilità, sulla libertà e sulla possibilità di incontrare, anche nell’effimero, una forma di verità. Le sue risposte sono arrivate qualche giorno dopo la serata, in maniera, come lui stesso ha detto, “rapsodica”: andando a braccio, lasciando che un pensiero ne richiamasse un altro. E forse proprio questa libertà restituisce meglio la persona che ho avuto modo di conoscere anche al di là del palcoscenico.
Partiamo da te e dalla tua attività. Di cosa ti occupi e, in particolare, di cosa ti stai occupando in questo periodo?
«Formalmente sono critico teatrale, giornalista, lavoro per TV2000 e per Avvenire, quindi mi occupo di teatro. In questo periodo sto entrando nella fase più delicata della stagione di Retroscena, che riparte il 27 ottobre». È una fase di riorganizzazione complessa: ripensare eventualmente il format, programmare le uscite, seguire i processi creativi, entrare nelle prove, confrontarsi con compagnie e artisti e costruire una mappa degli appuntamenti da non perdere nella nuova stagione. Non soltanto i grandi teatri, però. Anche le compagnie off e quelle indipendenti, le proposte che non entrano necessariamente nei grandi cartelloni ma che possono custodire esperienze significative. Un lavoro «molto certosino, molto impegnativo», al quale si aggiunge quello legato ai premi teatrali. Michele fa parte della commissione del Premio Ubu ed è giurato delle Maschere del Teatro Italiano e dell’Associazione Nazionale dei Critici di Teatro. Essere giurati significa anche confrontarsi con un limite inevitabile: non è fisicamente possibile vedere tutto il teatro che viene prodotto. E una registrazione video, per quanto utile, non può sostituire l’esperienza dello spettacolo dal vivo. Da qui la necessità di un confronto franco tra i giurati, fondato sull’onestà intellettuale e sulla fiducia nelle esperienze degli altri. Conta l’esperienza, conta la conoscenza del settore, conta la capacità di leggere un percorso artistico anche quando non è stato possibile assistere direttamente a uno spettacolo. E c’è poi un altro progetto che Michele custodisce da tempo: un libro sull’esperienza di Retroscena e sul suo rapporto con il teatro. Gli è stato chiesto più volte di scriverlo, ma oggi non ne ha il tempo. Lo conserva, dice citando Hemingway, in un «posto pulito e ordinato». Forse arriverà il momento giusto.
Ho avuto il piacere di conoscerti anche al di là del palcoscenico e ho apprezzato il tuo modo singolare di vivere il teatro e la tua capacità di guardare alla vita con una sensibilità spirituale e un approccio filosofico. Quanto di questo tuo sguardo entra nel modo in cui osservi il teatro? E quanto la sua natura effimera e fragile parla proprio a questa tua visione della vita?
Qui il racconto si fa autobiografico. Tutto comincia con l’Edipo re di Sofocle, letto integralmente e in originale negli anni della maturità classica. Una prima folgorazione. Michele torna sull’etimologia di Edipo, sul significato del vedere e del sapere, sulla scoperta che lo sguardo umano, da solo, può ingannare. Per comprendere davvero chi è Edipo, serve un altro sguardo: quello interiore, quello di Tiresia. Poi c’è stata l’esperienza diretta del teatro, come interprete. Il palco, il dietro le quinte, la costruzione dello spettacolo, la fatica. Un’esperienza che gli ha lasciato un rispetto profondo per chi sceglie di inseguire quella che definisce una «utopia pazzesca»: fare teatro. Gli studi universitari, le lauree, i master, il passaggio all’audiovisivo hanno portato il suo sguardo verso la drammaturgia, il racconto, la televisione. Ma il teatro continuava a chiamarlo. Michele racconta anche di aver attraversato, prima delle scelte universitarie, una vera crisi: fisica, filosofia, lingue e letterature straniere. Amava molti ambiti e aveva, dice con ironia e senza falsa modestia, una forte propensione per la matematica. Alla fine, ha scelto un percorso che gli permettesse di non sentirsi limitato, di spaziare nel tempo e nello spazio. Ed è proprio qui che il discorso torna al teatro. Perché a teatro, dice, avvertiva qualcosa che altrove non sempre riusciva a trovare: la sensazione di essere nel proprio elemento, in quel «liquido amniotico» a lui confacente. E la ragione è la verità. Una verità che, nel teatro, coincide con la consapevolezza della fragilità. «Si è veri solamente quando si è consapevoli di essere totalmente fragili». Il teatro è effimero, caduco, esposto a infinite variabili. Può essere interrotto, modificato, persino annullato da un momento all’altro. E proprio per questo, quando è autentico, contiene pienamente quella precarietà che appartiene all’esistenza umana. La fragilità non come debolezza, dunque, ma come condizione della verità.
Quanto ami il teatro off e quanto pensi che proprio negli spazi minori possano nascere esperienze importanti?
La risposta è netta, ma non idealizza il teatro off. «Non servono necessariamente spettacoli perfetti o compiuti. Può bastare qualcosa che si accenda: una luce, un barlume».
Quello che conta, infatti, è la libertà del processo creativo. Quando il teatro viene sottoposto esclusivamente alle esigenze di una macchina produttiva, fatta di scadenze, tempistiche e vincoli, rischia di trasformarsi in una sorta di fabbrica. Quando invece la produzione segue la creatività e nasce dalla necessità di dire qualcosa, allora diventa più facile incontrare qualcosa di autentico. Non è una questione di dimensioni, dunque. È una questione di necessità. Prima ancora dello spettacolo deve esserci qualcosa da dire.
Il 30 agosto, a Leonforte, sei tornato a indossare le vesti del presentatore. Com’è stato?
Michele conduce serate da molti anni e racconta di aver scoperto di essere particolarmente a suo agio in questo ruolo. Ma ciò che gli interessa non è tanto “presentare” quanto accompagnare. «Accompagnare significa andare insieme, viaggiare insieme, fare un percorso insieme, prendersi per mano anche metaforicamente». Il conduttore, secondo Michele, non può prescindere dal pubblico e dagli artisti. Deve ascoltare il pubblico, rispettarlo, percepirne il feedback. Ma ascoltare non significa assecondare semplicemente la sua “pancia”. Il pubblico va anche educato, nel senso etimologico del termine: condotto fuori, portato in un’altra dimensione, stimolato. E qui trovano spazio l’ironia e l’autoironia. Anche quando possono essere pungenti, purché siano utilizzate con gentilezza, accortezza e franchezza. È ancora una volta una questione di relazione. Un viaggio condiviso.
Sei già stato a Leonforte nel 2022, quando eri presidente della giuria e avevi condotto la serata finale, e quest’anno sei tornato come presentatore. Che cosa hai ritrovato e che cosa hai trovato cambiato? E poi c’è stata una sorpresa: una tua dedica personale a Leonforte. Perché hai pensato di fare questo omaggio alla città e al Premio?
La risposta arriva senza esitazione: «Ho ritrovato voi». Ha ritrovato l’affetto, il calore, l’accoglienza. E ha trovato, se possibile, una consapevolezza ancora maggiore di quella vocazione all’accoglienza che aveva già conosciuto. La dedica che ha voluto preparare per Leonforte nasce proprio da questo. Un omaggio che definisce umile nel risultato, ma non nelle intenzioni: dietro c’è stata una ricerca, un impegno autentico, il desiderio sincero di riconoscere qualcosa che non considera affatto scontato. La capacità di aprirsi agli altri. Di accogliere ciò che viene da fuori. Di uscire dalla propria comfort zone. Di mettere in discussione ciò che è già conosciuto per fare spazio a nuovi linguaggi, nuove proposte, nuove diversità. Michele riconosce alla direzione artistica del Premio proprio questo merito: il tentativo di aprire nuove strade e nuovi linguaggi. E insieme all’apprezzamento arriva anche un invito: continuare a rischiare. Anche la Sicilianità, osserva, può essere valorizzata senza diventare un recinto. Le radici sono importanti, ma non devono trasformarsi in autoreferenzialità. Perché il Premio di Leonforte possiede già una caratteristica che Michele considera insolita e preziosa: pur nascendo in Sicilia, guarda al teatro di tutta Italia. È forse questa, allora, la direzione da continuare a percorrere: non rinunciare alle proprie radici, ma avere il coraggio di aprirsi, di cercare, di rischiare e di lasciare che, qualche volta, anche negli spazi più piccoli possa accendersi quella luce, quel barlume di cui Michele parla. Perché il teatro è effimero, fragile, irripetibile. Vive nell’istante e proprio per questo può riuscire a toccare qualcosa che rimane. E forse non è un caso che, tornando a Leonforte, Michele abbia detto semplicemente: «Ho ritrovato voi».



