di Irene Varveri
Solo tre giorni. È un tempo insolitamente breve per un film che, invece, chiede tempo per essere visto, compreso e discusso. Dal 28 al 30 settembre arriva nelle sale italiane NAZA, il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor che ha ricevuto il Premio Speciale della Giuria alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia, dove la proiezione si è conclusa con una lunga standing ovation.
Non è soltanto la guerra a Gaza il tema del film, ma il modo in cui quella guerra viene combattuta attraverso tecnologie sempre più sofisticate: sistemi di sorveglianza, intercettazioni, algoritmi e intelligenza artificiale. A raccontarlo sono le voci anonime di 24 militari e operatori dell’intelligence israeliana, che per ragioni di sicurezza hanno scelto di non mostrare il proprio volto. Il documentario nasce da un lavoro durato tre anni e prova a entrare nei meccanismi attraverso i quali vengono raccolte le informazioni, individuati i bersagli e prese decisioni che possono avere conseguenze irreversibili sulla vita delle persone. È una prospettiva particolare, perché sposta lo sguardo dal campo di battaglia a ciò che accade prima: dentro sistemi tecnologici e procedure che possono trasformare una persona in un dato, una casa in un obiettivo, una possibile vittima civile in una stima. Anche il titolo, NAZA, rimanda a questo linguaggio apparentemente neutro e tecnico. Il termine viene presentato nel film come un riferimento alle stime delle possibili vittime civili associate a un attacco. Un lessico che, proprio attraverso la sua freddezza, porta al centro una delle questioni più inquietanti poste dal documentario: che cosa accade alla responsabilità umana quando una decisione viene mediata da algoritmi, dati e sistemi automatizzati? Abraham e Szor affrontano la materia anche da una posizione che rende il loro lavoro particolarmente significativo: entrambi sono israeliani e hanno scelto di interrogare dall’interno i sistemi e le logiche della guerra condotta dal proprio Paese. Le testimonianze raccolte nel film si inseriscono, inoltre, in un più ampio lavoro giornalistico sulle modalità di utilizzo delle tecnologie e dell’intelligenza artificiale nelle operazioni militari a Gaza. La presentazione a Venezia ha trasformato NAZA in uno dei titoli più discussi della Mostra. Il riconoscimento della Giuria e la lunga ovazione seguita alla proiezione sono stati accompagnati anche da reazioni fortemente critiche in Israele. Il ministro della Cultura Miki Zohar ha minacciato di chiedere la revoca della cittadinanza israeliana dei due registi, suscitando a sua volta un acceso dibattito sulla libertà di espressione e sul ruolo del cinema quando sceglie di affrontare temi politicamente e socialmente divisivi. Il valore del film, però, non sta soltanto nella sua capacità di provocare reazioni. NAZA pone una questione più ampia, che riguarda la guerra contemporanea e il rapporto sempre più stretto tra tecnologia e decisione militare. Quanto cambia la percezione della responsabilità quando chi decide è distante dal luogo in cui quella decisione produrrà i suoi effetti? E quanto è facile, attraverso il linguaggio dei numeri e degli algoritmi, perdere di vista le persone che quei numeri rappresentano? Sono interrogativi che riguardano certamente il conflitto israelo-palestinese, ma che toccano anche una trasformazione più generale della guerra e, con essa, del rapporto tra l’uomo e gli strumenti che ha creato.
Per chi vive nell’ennese, c’è infine un aspetto pratico da considerare. L’uscita italiana di NAZA è stata fissata come evento cinematografico dal 28 al 30 settembre, quindi per sole tre giornate. Al momento non risulta una programmazione nelle sale della provincia di Enna; sarà dunque opportuno guardare alle sale dell’area catanese e verificare gli spettacoli man mano che verranno pubblicati per quelle date.
Tre giorni sono pochi per un film che chiede, invece, di fermarsi sulle sue domande. E forse è proprio questa la ragione per cui vale la pena cercarlo: perché davanti a una guerra raccontata attraverso immagini satellitari, dati, algoritmi e intelligenza artificiale, la domanda più antica rimane ancora la più difficile: quanto può allontanarsi la tecnologia dall’uomo prima che l’uomo smetta di vedere l’uomo?



