di Irene Varveri
Dal Palazzo Branciforti alla Granfonte, una passione nata in famiglia e diventata un originale progetto di valorizzazione della città
La Sagra della Pesca del 3 e 4 ottobre è ormai trascorsa, ma resta l’occasione per raccontare più da vicino una delle iniziative che hanno animato quelle giornate al Circolo di Compagnia: l’esposizione di Palazzo Branciforti e della Granfonte ricostruiti con migliaia di mattoncini LEGO da Maurizio Gandolfo. È proprio da quei due monumenti, e dalla singolare storia che ha portato alla loro ricostruzione, che nasce questa intervista. La mostra, intitolata “Leonforte in mattoncini – Arte, storia e creatività”, come riportava la locandina, presentava al pubblico due opere molto diverse tra loro per dimensioni e tempi di realizzazione, ma accomunate dallo stesso intento: restituire attraverso la creatività uno sguardo sul patrimonio architettonico della città. L’iniziativa, promossa da Dorina Randisi con il coinvolgimento di FIDAPA Leonforte, ha consentito a visitatori e leonfortesi rientrati in paese per la Sagra di conoscere un lavoro che Maurizio Gandolfo porta avanti da tempo, lontano dai riflettori e nato da una passione coltivata fin dall’infanzia.
Maurizio, partiamo da te: chi sei e da dove nasce il rapporto con i LEGO?
«Sono Maurizio Gandolfo, ho 62 anni, sono infermiere e sono nato e cresciuto a Leonforte. La passione per i LEGO nasce quando ero bambino e mio padre, vedendo quanto mi piacevano, mi regalava i primi mattoncini. È una passione che ho trasmesso anche ai miei figli. Quando erano piccoli costruivamo insieme; oggi, per motivi di lavoro, vivono fuori e riusciamo soprattutto a ritrovarci durante le vacanze di Natale. Anche per il prossimo Natale abbiamo già pensato a un progetto da realizzare insieme».
A un certo punto, però, i mattoncini sono diventati anche uno strumento per raccontare la tua città. Come nasce l’idea di ricostruire Palazzo Branciforti e la Granfonte?
«Palazzo Branciforti mi ha sempre colpito. Durante le mie passeggiate ne osservavo la magnificenza e la bellezza, ma anche lo stato di abbandono. Era una cosa che mi rattristava e, allo stesso tempo, mi faceva arrabbiare. Così ho deciso di fare una scommessa con me stesso: provare a ricostruirlo e, attraverso il mio lavoro, richiamare l’attenzione su quel patrimonio che meriterebbe di essere recuperato e valorizzato. La Granfonte è arrivata in continuità con questa idea. È il simbolo di Leonforte, un luogo che immediatamente identifica la nostra città».
Come hai affrontato concretamente la progettazione? Ti sei affidato a fotografie, documenti, programmi di progettazione?
«Sono partito da uno studio di fattibilità e poi ho sviluppato il progetto osservando direttamente i luoghi e cercando di coglierne proporzioni e particolari. Un punto di osservazione molto utile è stato quello della chiesa di Santa Croce, da cui si gode una visuale particolarmente suggestiva. Una delle difficoltà maggiori è stata la scarsità di documentazione storica disponibile. Ho cercato informazioni sul web e consultato la cartografia, mettendo insieme tutti gli elementi che potevano aiutarmi. Non ho utilizzato programmi di progettazione, software specifici o intelligenza artificiale. Ho utilizzato la passione, la fantasia e la mia pazienza».
Anche la scelta della scala e dei dettagli deve aver richiesto un lavoro considerevole.
«Ho scelto la scala delle mini figure LEGO, circa 1:42, anche perché volevo che le costruzioni potessero risultare interessanti non soltanto per gli adulti, ma anche per i bambini. Palazzo Branciforti ha richiesto circa due anni di lavoro e intorno ai 55 mila pezzi. La Granfonte è stata più veloce: tre o quattro mesi e circa mille pezzi. Ho utilizzato mattoncini LEGO originali, senza modificarli, scegliendo di volta in volta i colori più adatti. Alcuni pezzi sono anche piuttosto rari e questo ha comportato un investimento economico non indifferente».
Dentro le tue costruzioni, però, non ci sono soltanto edifici. Hai inserito anche diversi personaggi.
«Sì, è un aspetto a cui tengo molto. Ho inserito le mini figure per dare vita alle costruzioni e collocarle in una dimensione anche storica e sociale. Ci sono il principe, Garibaldi con i suoi garibaldini, i Borbone, i frati, i contadini e altri personaggi. Mi piaceva l’idea che, accanto all’architettura, potesse emergere anche qualcosa della vita che quei luoghi hanno visto».
La mostra è stata allestita durante la Sagra della Pesca. Perché hai ritenuto che fosse quella l’occasione giusta per presentare il lavoro?
«La Sagra richiama a Leonforte molti visitatori, ma anche tanti leonfortesi che vivono fuori e che tornano in paese in quei giorni. Mi sembrava quindi una buona occasione per permettere a più persone di vedere le ricostruzioni. Devo ringraziare FIDAPA, Dorina Randisi e Liliana Barbera per il sostegno, oltre al presidente del Circolo di Compagnia, dottor Paolo Mineo, per il supporto logistico».
Ti aspettavi la curiosità e l’interesse che la mostra ha suscitato, anche sui social?
«Sinceramente no. Sono una persona semplice e sono rimasto davvero sorpreso dal successo ottenuto e dalle numerose visualizzazioni sui vari social. È stata una bella soddisfazione e mi ha fatto capire ancora di più quanto una passione personale possa incontrare l’interesse degli altri».
Questa esperienza ti ha fatto pensare di continuare?
«Sì. Le passioni e gli hobby si intrecciano e questo progetto mi ha dato ancora più voglia di andare avanti. Ci sono altre idee che vorrei sviluppare, sempre con l’obiettivo di valorizzare le ricchezze della nostra città».
E, al di là dei mattoncini, che cosa vorresti che rimanesse di questo lavoro?
«Vorrei che si vedessero le potenzialità che ha Leonforte e che si riuscisse a sfruttarle al meglio. Vorrei soprattutto che i nostri ragazzi potessero avere la possibilità di realizzarsi dove sono nati e non fossero costretti ad andare via in cerca di lavoro».
È un desiderio che va oltre la ricostruzione di due monumenti. Palazzo Branciforti e la Granfonte sono diventati, attraverso il lavoro di Gandolfo, un modo per tornare a guardare Leonforte, la sua storia e ciò che ancora potrebbe diventare. E questo è proprio l’aspetto più interessante di una passione nata con i LEGO: aver trovato, nel gioco paziente dei mattoncini, un modo personale per parlare della propria città.



