di Irene Varveri Nicoletti

Nelle serate del 16, 17 e 18 gennaio la sala teatro del Cinevolution di Leonforte ha ospitato Il berretto a sonagli di Luigi Pirandello, messo in scena dalla compagnia teatrale Nuovo Sipario Nello Sciuto con la regia di Fina Sciuto, da più di cinquant’anni elemento di spicco del panorama teatrale cittadino. Affrontare Pirandello significa misurarsi con una responsabilità non lieve, soprattutto quando si sceglie di portare in scena uno dei testi più noti e complessi del grande autore siciliano, capace ancora oggi di interrogare coscienze e comportamenti.

Scritto nel 1916, inizialmente in dialetto siciliano e successivamente rielaborato in lingua, Il berretto a sonagli ruota attorno alla figura di Ciampa, scrivano umile e apparentemente remissivo, che conosce fin troppo bene i meccanismi dell’ipocrisia sociale. Di fronte alla ribellione di Beatrice Fiorica, tradita dal marito, Ciampa non chiede giustizia, ma ordine: invita Beatrice a indossare lei stessa la maschera della follia, perché solo una “pazza” può dire la verità senza distruggere l’equilibrio collettivo. In questo paradosso pirandelliano, la follia non è perdita di senno, ma ruolo imposto, strategia necessaria per contenere lo scandalo.

Resta allora aperta la questione più inquietante: Ciampa sceglie davvero la follia per sé, oppure sceglie consapevolmente di non riconoscere fino in fondo la realtà, per continuare a far parte di un tessuto sociale che lo vuole così, custode delle regole e delle omissioni? È in questa ambiguità che Pirandello colloca il cuore dell’opera, facendo della maschera non una semplice finzione ma una condizione di sopravvivenza.

La regia ha scelto un’apertura simbolica in linea con la poetica pirandelliana, giocata sulla rottura della quarta parete. È la stessa Fina Sciuto a entrare in sala, tra il pubblico, con una maschera fisicamente tenuta in mano, dando voce a un estratto del celebre monologo di Ciampa sulle “corde”. Su questo gesto iniziale si innesta il contrappunto musicale del Bolero di Maurice Ravel, il cui crescendo accompagna l’ingresso nella tensione del dramma pirandelliano, richiamando il fragile equilibrio tra maschera sociale e coscienza individuale.

Questa scelta affonda le radici in un rapporto profondo e duraturo con l’opera pirandelliana, come racconta la stessa regista: «Il mio primo incontro con Il berretto a sonagli risale al 1992, con la filodrammatica “Tano Valenti”, ma già negli anni Settanta io e alcuni giovani liceali, animati dall’amore per il teatro, riuscimmo a dare vita a numerose rappresentazioni che fecero attecchire una grande passione teatrale nella comunità leonfortese». Un’esperienza che non appartiene solo alla memoria personale, ma alla storia culturale della città.

In quella prima edizione, Sciuto interpretava Beatrice Fiorica, la moglie tradita destinata a pagare il prezzo più alto: «Beatrice resterà vittima della sua stessa sete di vendetta», ricorda, sottolineando come il personaggio incarni una verità troppo scomoda per essere tollerata. «Ho voluto riprendere questo lavoro perché Pirandello ti resta sotto la pelle, per una profondità che è sempre attuale. Curandone la regia, se ne colgono ogni volta aspetti nuovi, emotivamente forti».

In questa nuova messinscena, il passaggio del tempo si riflette anche nella scelta del ruolo: «Per motivi anagrafici ho interpretato Fana, la serva di casa», spiega la regista, «alla quale ho voluto dare un’impronta materna, affettivamente al di sopra delle parti. Fana è l’unica figura non contaminata dal perbenismo ipocrita che attraversa l’intera vicenda, sinceramente addolorata per la triste sorte di Beatrice che ama come una figlia e che ha tenuto in braccio da bambina».

Lo spettacolo ha messo in luce il lavoro collettivo della compagnia Nuovo Sipario Nello Sciuto, composta in larga parte da interpreti giovani o alle prime esperienze, coinvolti non solo nella recitazione ma anche nella costruzione dell’allestimento scenico e nella scelta dei costumi. Un teatro dunque vissuto come pratica quotidiana, come luogo di apprendimento e lavoro collettivo.

Le tre serate al Cinevolution hanno restituito l’immagine di un teatro laboratorio, frutto di mesi di prove e di un percorso di studio, guidato dalla regista, che ha accompagnato anche interpreti alla loro prima esperienza scenica. Un capitolo che si inserisce coerentemente nel lungo cammino artistico di Fina Sciuto, ancora una volta impegnata a misurarsi con la complessità e l’attualità della maschera pirandelliana. «Mettere in scena Pirandello è sempre una sfida» conclude «ma io amo sfidarmi».