di Irene Varveri Nicoletti

Ieri, 5 febbraio, si è celebrato il World Nutella Day, una ricorrenza annuale dedicata alla celebre crema spalmabile alla nocciola e cacao diventata da tempo un fenomeno culturale globale. La giornata, tuttavia, non nasce da un’iniziativa ufficiale dell’azienda produttrice ma da un’idea lanciata sul web nel 2007 dalla blogger americana Sara Rosso, con l’obiettivo dichiarato di unire i fan della Nutella in una giornata di condivisione sui social, diventato poi un appuntamento fisso nel calendario commerciale milioni di consumatori. Una festa che, nel tempo, ha accompagnato l’aumento di visibilità e produzione del prodotto, più che la celebrazione di un mito domestico.

Nutella, del resto, è da oltre sessant’anni molto più di un alimento. Nata nel dopoguerra come evoluzione di una preparazione a base di nocciole e cacao inventata da Piero Ferrero, è diventata dal 1964 un marchio riconoscibile in tutto il mondo, entrando nelle case e nelle abitudini di intere generazioni. Ma ciò che resiste davvero non è soltanto il brand: è il ricordo che ciascuno vi associa. Raggiungere in cucina quel pensiero nostalgico è quasi inevitabile. La Nutella richiama un sapore che non è solo dolce, ma familiare: il gusto delle mamme, della nostra fetta di pane, spalmata in fretta prima di uscire. Allora la Nutella sembrava sempre tanta, quasi inesauribile, e la tentazione di intingere il cucchiaino direttamente nel barattolo era continua. Un gesto rapido, furtivo, che spesso finiva con una sberla sulle mani: una correzione immediata, più simbolica che punitiva, diventata anch’essa parte del racconto domestico.

È forse da qui che nasce l’espressione più ricorrente: “non è più quella di una volta”. Una frase che non riguarda soltanto il sapore, ma il tempo. Riguarda l’età in cui la Nutella non era un consumo abituale ma un rito soprattutto nel momento della merenda. Non è soltanto nostalgia generazionale: anche i prodotti, oggi, non sono più quelli di una volta. Le produzioni su scala globale, le filiere internazionali e le esigenze industriali hanno cambiato ingredienti e processi. Le nocciole piemontesi, un tempo elemento identitario, sono diventate una componente percentuale. Il gusto si è standardizzato, adattandosi a mercati sempre più ampi.

La Nutella monodose è forse quella che racconta meglio il cambiamento delle abitudini. Spalmata nel panino e poi riposta nello zaino, tendeva a sciogliersi leggermente con il passare delle ore, liberando un profumo che si mescolava al pane e si trasferiva pure all’involucro. Dopo ore di scuola, quel panino aveva un sapore percepito come più intenso, amplificato dal tempo dell’attesa. Oggi la Nutella monodose ha perso quella dimensione intima: è diventata più associata alle colazioni da bed & breakfast, al turismo mordi e fuggi a un consumo rapido e spesso turistico, che poco ha a che fare con il rito familiare di una volta.

Il World Nutella Day racconta così una contraddizione tutta contemporanea. Da un lato la forza di un marchio globale, dall’altro un legame affettivo che continua a vivere nei ricordi più che nel palato. Non c’è nulla di realmente romantico nell’origine della ricorrenza, eppure il prodotto continua a evocare qualcosa che va oltre il marketing. Forse il sapore non è più quello di una volta, ma resta intatto il valore affettivo e simbolico legato a quel barattolo e alle memorie d’infanzia.