di Irene Varveri Nicoletti
A qualche settimana di distanza dal Festival di Sanremo, una cosa appare ormai evidente: Per sempre sì è diventata una di quelle canzoni che restano nell’aria. La si sente canticchiare nei bar, nelle auto, nelle sale d’attesa. Il brano di Sal Da Vinci – il cui cognome d’arte, è bene ricordarlo, non ha nulla a che vedere con il genio di Leonardo – ha superato il confine del festival e si è trasformato in un piccolo fenomeno popolare, una melodia semplice e immediata che molti hanno fatto propria con naturalezza. Eppure, proprio mentre il pubblico la accoglieva senza troppe sovrastrutture, quella stessa canzone riaccendeva un dibattito che sembrava ormai sopito: quello sul significato delle parole d’amore nella musica contemporanea.
Attorno alla canzone dal sapore classico si è così sviluppata una discussione, sorprendentemente accesa, divisa tra chi vi ha letto un ritorno a modelli sentimentali considerati superati e chi, al contrario, ha visto in quel “per sempre” una scelta controcorrente. In mezzo a questo confronto è rimasta la figura dell’artista napoletano che con il suo stile pacato ha preferito non alimentare le polemiche, continuando a difendere un’idea di canzone fondata sulla melodia e sulla sincerità delle parole.
Le critiche non sono mancate. Il giornalista Aldo Cazzullo ha usato un’espressione tagliente definendo il brano «una musica adatta a un matrimonio della camorra», frase che ha sollevato più di una polemica per il rischio di ridurre la tradizione musicale napoletana a uno stereotipo criminale. Su un piano diverso si è espresso anche lo scrittore Enrico Galiano, che ha interpretato il testo come un presunto «inno al patriarcato», sostenendo che la promessa di un amore eterno può essere letta come una forma di possesso sentimentale poco compatibile con la sensibilità contemporanea.
Il dibattito appare, per certi versi, sproporzionato. Quando Toto Cutugno portò al successo L’italiano, nessuno sentì il bisogno di scomporre il testo alla ricerca di implicazioni sociologiche o ideologiche: era una canzone popolare, punto. Certo, si dirà erano altri tempi. Oggi invece sembra che ogni brano debba passare al vaglio di un tribunale interpretativo e, in questo clima, la musica rischia di perdere la sua natura più immediata di espressione del sentimento individuale e collettivo. Sal Da Vinci, che interpreta i propri brani scritti da un team autoriale, rappresenta una parte reale del sentire popolare e l’accanimento contro una canzone romantica appare come un esercizio di severità selettiva, raramente applicato ad altri generi musicali dove i messaggi risultano spesso ben più aggressivi o espliciti.
Paradossalmente, la vera trasgressione oggi sembra essere proprio quella di credere nella durata dei sentimenti. In un’epoca dominata dalla velocità e da relazioni spesso percepite come provvisorie, cantare una promessa eterna non è necessariamente un gesto nostalgico.
Può diventare, piuttosto, una scelta controcorrente. In un mercato discografico sempre più orientato a prodotti costruiti a tavolino, l’artista napoletano rivendica invece l’appartenenza alla tradizione melodica italiana. Dire “per sempre sì” nel 2026 richiede più coraggio che inseguire le mode del momento. È una forma di ribellione gentile alla precarietà dei sentimenti contemporanei.
Questa identità potrebbe diventare anche la sua carta più forte in ambito internazionale. Fuori dall’Italia, infatti, il dibattito appare molto meno ideologico. Alcuni osservatori internazionali del circuito Eurovision hanno apprezzato in Per sempre sì la dimensione emotiva di “old-school” e l’autenticità musicale che l’Italia continua a esportare all’estero.
In fondo il punto è semplice: si può non condividere una visione del mondo, ma non si può ignorare la forza di un artista che sceglie di cantare l’amore con semplicità. In un panorama ormai saturo di polemiche, la risposta di Sal Da Vinci è stata quella più antica: lasciare parlare la musica. In un tempo che diffida delle promesse durature, quel “per sempre” continua a suonare come una provocazione sorprendentemente attuale. E forse, proprio per questo, senza troppe esitazioni, io sto dalla parte di Sal.



