La vicenda, le polemiche e una domanda scomoda sulla parità di genere

Un caso che attraversa musica, politica e diritti. E che ci costringe a riflettere su cosa significhi davvero meritocrazia in Italia.

Chi è Beatrice Venezi

Beatrice Venezi nasce a Lucca nel 1990. Costruisce la sua carriera su palchi internazionali: Orchestra Toscana, Teatro Colón di Buenos Aires, inserimento nella lista Forbes degli under 30 più influenti. Non è una figura costruita dalla politica. È una musicista con un curriculum solido, che precede qualsiasi incarico istituzionale. Ha scelto, nel corso della sua carriera pubblica, di esprimere idee vicine al centrodestra. Questa scelta l’ha resa divisiva in un ambiente tradizionalmente orientato a sinistra.

La nomina, le proteste, il licenziamento

A settembre 2025 il sovrintendente Nicola Colabianchi la nomina direttrice musicale del Teatro La Fenice di Venezia. La reazione è immediata: gli orchestrali protestano per mesi, i sindacati scendono in campo, il dibattito travalica la musica e diventa politico. Le obiezioni si concentrano su due punti: l’adeguatezza del curriculum e la vicinanza politica di Venezi al governo in carica.

Dopo circa un anno il mandato viene interrotto anticipatamente. Venezi non accetta l’esito in silenzio: dichiara che le motivazioni addotte sono diffamatorie, calunniose e bullizzanti, e annuncia querele. La vicenda lascia strascichi legali ancora aperti.

Nepotismo o pregiudizio politico?

Il nodo centrale è irrisolto. Il curriculum di Venezi era davvero insufficiente per dirigere uno dei teatri più prestigiosi d’Europa? O è stato sminuito per ragioni di opportunità politica? Federico Mollicone, presidente della Commissione Cultura della Camera, ha detto di stimarla, aggiungendo però che abbia esagerato. Una presa di distanza che dice molto sulle dinamiche in gioco. In certi ambienti culturali italiani la resistenza verso figure percepite come di destra è sistematica e preventiva, indipendente dalla qualità del lavoro. Non significa che ogni critica fosse infondata. Significa che alcune potrebbero essere state amplificate da pregiudizio, non da valutazione oggettiva.

La domanda che nessuno vuole fare davvero

La parità di genere ha prodotto meritocrazia?

Negli ultimi vent’anni, l’Italia e l’Unione Europea hanno introdotto quote obbligatorie nei CdA delle società quotate, alternanza di genere nelle liste elettorali, obiettivi di rappresentanza femminile nelle istituzioni pubbliche. Il risultato numerico è reale: più donne in Parlamento, più donne nei consigli di amministrazione, più donne al governo. Ma questo ha prodotto meritocrazia? La risposta onesta è che non lo sappiamo. E il solo fatto che non lo sappiamo è già un problema.

La domanda non è se le donne siano capaci quanto gli uomini — lo sono, su questo non ci sono dubbi ragionevoli. La domanda è diversa: le donne che oggi siedono nei luoghi di potere sono davvero le più capaci tra le donne disponibili? Sono mediamente più capaci degli uomini che hanno scalzato, o che non hanno potuto competere per quella posizione? Per favorire una donna, quanti uomini competenti sono stati esclusi senza neppure “poter partecipare”? E per selezionare quella donna, quante altre donne più capaci sono rimaste fuori?

Il sistema delle quote, nella sua logica, non risponde a queste domande. Le aggira. Stabilisce una soglia di presenza, non una soglia di qualità. Garantisce la rappresentanza, non il merito. E in un Paese come l’Italia — dove i grandi incarichi sono da sempre distribuiti attraverso reti di conoscenze, appartenenze politiche e fedeltà personali — la quota di genere rischia di diventare solo un’ulteriore variabile nelle stesse logiche di potere, non una rottura con esse.

Le donne competono tra donne, gli uomini tra uomini: non è parità

In molti settori le dinamiche di selezione si sono biforcate. Gli uomini concorrono tra loro per certi ruoli, le donne per le quote loro riservate. Questo non è parità: è una separazione sofisticata. La parità vera sarebbe quella in cui uomini e donne competono per gli stessi ruoli, con gli stessi criteri, e il più capace ottiene l’incarico. Le leggi imposte — paradosso non irrilevante — sono state scritte prevalentemente da uomini, in un sistema in cui gli uomini erano maggioranza. È stato un atto di “concessione”, mi si permetta il termine, non di riconoscimento. Una parità calata dall’alto non trasforma le strutture di potere: le adatta.

Il paradosso Venezi: una donna capace senza quota che la proteggesse

La vicenda di Beatrice Venezi ribalta il ragionamento consueto sulla parità di genere. Di solito si discute di donne che faticano ad accedere a posizioni di vertice perché il sistema le esclude. Qui è accaduto qualcosa di diverso: una donna era già in quel posto, con un ruolo di vertice in uno dei teatri più importanti d’Europa, e nessuna legge, nessuna quota, nessuna voce pubblica si è alzata a difenderla in quanto donna.

In politica, quando una donna viene rimossa o ostacolata, il dibattito pubblico si accende immediatamente: si invoca la parità, si parla di discriminazione, si contano i seggi. Nel caso di Venezi, silenzio. O quasi. La spiegazione è semplice e scomoda: il sostegno alla parità di genere in Italia è spesso selettivo. Funziona quando la donna è percepita come politicamente affine a chi lo sostiene. Quando la donna è di centrodestra, il meccanismo si inceppa. Non è ipocrisia consapevole: è il riflesso automatico di un sistema che usa i valori come strumenti di lotta politica, non come principi universali.

E qui sta il punto più amaro. La direzione d’orchestra è uno dei settori dove la presenza femminile è rimasta storicamente più bassa. Non esistono quote che impongano una direttrice alla guida di un teatro lirico. Eppure quella donna c’era, ci era arrivata con il suo curriculum, con i suoi concerti internazionali, con una carriera costruita prima che qualsiasi ministro ne pronunciasse il nome.

L’abbiamo lasciata andare. Non perché la musica l’abbia giudicata. Perché la politica l’ha consumata.

Obbligatori i nomi alternati nelle urne, facoltativa la difesa del talento

In Italia, molte competizioni elettorali impongono l’alternanza di genere nelle liste: un uomo, una donna, un uomo, una donna. In alcuni casi la violazione comporta sanzioni fino all’invalidazione parziale della lista. Il voto, atto sacro della democrazia, viene condizionato per garantire la rappresentanza femminile. Si accetta di limitare la libertà di preferenza del cittadino in nome di un principio di equità.

Ma questo principio non vale per una direttrice d’orchestra. Non vale nei teatri lirici, non vale nelle fondazioni culturali. L’ambito è considerato meno importante della politica — e forse lo è, in termini di potere istituzionale. Ma è proprio per questo che il paradosso è più evidente: siamo disposti a condizionare il diritto di voto per garantire seggi femminili in Parlamento, e non siamo stati disposti nemmeno a chiedere che una donna di provato talento potesse completare il suo mandato alla guida di un teatro.

Ciò che abbiamo perso, e ciò che non abbiamo ancora trovato

La parità di genere, così come è stata costruita in Italia e in Europa, non ha finora prodotto la meritocrazia di cui il Paese avrebbe bisogno. Ha prodotto numeri, ha spostato equilibri, ha aperto spazi che prima erano chiusi. Ma non ha cambiato la logica di fondo: in Italia gli incarichi importanti si ottengono ancora attraverso reti di conoscenze, appartenenze politiche, fedeltà personali. Le quote di genere si sono inserite in questo sistema senza scalfirlo. È possibile che la meritocrazia vera non si raggiunga mai del tutto. In nessun sistema, in nessun Paese. Per colui che ha la “conoscenza giusta” è tutto facile, per chi non ce l’ha, è tutto impossibile.

Una professionista

Il caso Venezi ci consegna una lezione specifica, concreta, difficile da ignorare. Avevamo una donna, una professionista capace nel suo mestiere — più capace di molti, quasi tutti, gli uomini che avrebbero potuto ricoprire quel ruolo. Arrivata lì non per una quota, non per una legge, non per un favore politico: per il suo curriculum, per i suoi anni sul podio, per i teatri che l’avevano voluta prima che la politica la scoprisse. Non le abbiamo dato il tempo di finire il suo lavoro.

In politica ci chiediamo se le donne che siedono al potere siano davvero le più capaci, o se per portare una donna in Parlamento si siano esclusi dieci uomini competenti. È una domanda legittima, che non troverà risposta certa. Ma nel caso Venezi la domanda non si poneva nemmeno: non c’era quota da rispettare, non c’era legge da soddisfare. C’era solo una direttrice d’orchestra, o meglio un DIRETTORE (COME LEI AMA DEFINIRSI, sostenendo che il titolo sia legato alla funzione professionale e non al genere) che stava lavorando, in un settore dove le donne non arrivano quasi mai, in un teatro dove hanno lavorato Rossini e Verdi.

L’abbiamo persa. Non la musica — la musica continuerà. Abbiamo perso l’occasione di dimostrare che la parità di genere può funzionare anche senza leggi che la impongano, anche in un ambito dove nessuna quota la prevede, anche quando la donna in questione non è dello stesso colore politico di chi quella parità la proclama ogni giorno. Questa è la sconfitta più grande della vicenda: non quella di Venezi, non quella della Fenice. Quella di un sistema che non riesce a separare il talento dalla tessera, l’arte dalla militanza, il merito dalla conoscenza.

 

Le opinioni espresse rappresentano la posizione dell’autore e non vogliono in nessun modo costituire affermazioni diffamatorie o critiche nei confronti di alcuna delle parti coinvolte.