di Irene Varveri
LEONFORTE – È con Sogno di un’antica speranza, omaggio a Giorgio Gaber scritto e diretto da Gianmarco Arcadipane, che la 43ª edizione del Premio Nazionale di Teatro “Città di Leonforte” ha inaugurato il proprio percorso. La scelta della cornice all’aperto di Villa Bonsignore ha dato ulteriore forza a una proposta costruita sull’essenzialità della scena, sulla centralità dell’interprete e sulla relazione diretta tra attore e spettatore. Un’apertura che restituisce una precisa linea artistica: accanto alla tradizione del teatro popolare, la manifestazione continua a sostenere una ricerca capace di valorizzare differenti linguaggi scenici e nuove sensibilità autoriali. La scelta di affidare l’avvio della 43ª edizione a un giovane autore, regista e interprete come Gianmarco Arcadipane assume così un valore significativo: non soltanto dare spazio alle nuove generazioni, ma riconoscere loro la capacità di rileggere il patrimonio teatrale attraverso prospettive contemporanee.
Sogno di un’antica speranza nasce proprio dall’incontro tra memoria e ricerca. Non è una biografia di Giorgio Gaber e non è un’operazione celebrativa, ma una costruzione drammaturgica che attraversa la vicenda artistica e umana del Signor G. per restituirne la forza del pensiero e l’attualità delle domande poste attraverso il suo teatro-canzone.
Lo spettacolo nasce circa due anni fa, in un momento di crisi personale e artistica dell’autore. È proprio attraverso lo studio e la scrittura che quel passaggio complesso si trasforma in un percorso creativo. Per mesi Arcadipane si confronta con l’universo di Gaber attraverso l’ascolto dei suoi dischi, il recupero degli spettacoli, la lettura di libri, interviste e contributi critici. Da questa ricerca nasce lo spettacolo e prende forma anche la sua tesi di laurea in Lettere, dedicata al rapporto tra Gaber e Pasolini nel contesto culturale del secondo Novecento.
Un percorso di approfondimento che conduce Arcadipane a definire Gaber una “letteratura incarnata”: un pensiero che non resta confinato alla pagina scritta, ma si manifesta attraverso la fisicità dell’attore, il ritmo della parola, la pausa, lo sguardo, la presenza scenica. In Gaber convivono riferimenti culturali profondi, da Pasolini a Sartre, da Adorno a Heidegger, ma senza mai perdere immediatezza e capacità comunicativa.
È questa, forse, una delle ragioni della sua straordinaria attualità. Insieme a Sandro Luporini, Gaber ha dato vita negli anni Settanta al teatro-canzone, una forma innovativa capace di intrecciare musica, parola e rappresentazione, trasformando il palcoscenico in uno spazio di analisi dell’individuo e della società.
«I suoi spettacoli erano veri luoghi di riflessione collettiva – racconta Arcadipane –. Migliaia di ragazzi ci si riconoscevano, discutevano, uscivano dal teatro con qualche certezza in meno e qualche domanda in più».
Ed è proprio il rapporto tra Gaber e il tempo presente il nucleo centrale del lavoro. Arcadipane, appartenente alla generazione dei nati alla fine degli anni Novanta, individua nelle parole del Signor G. una sorprendente capacità di parlare anche alle inquietudini contemporanee: la necessità di recuperare complessità, pensiero critico e quella dimensione di “interezza” che attraversa tutta la sua opera.
«Quando ho incontrato Gaber – spiega – ho avuto la sensazione di intercettare nella sua voce, nei suoi pensieri e nelle sue parole qualcosa che risuonava profondamente dentro di me. Non perché mi desse delle risposte, ma perché aveva il coraggio di fare le domande giuste».
Da questa consapevolezza nasce la scelta di non imitare Gaber, ma di instaurare con lui un dialogo artistico. «Non ho mai avuto l’intenzione di imitarlo. Sarebbe impossibile e, soprattutto, non avrebbe senso. Quello che mi interessa è provare a far passare attraverso la mia sensibilità quei pensieri e quelle domande che hanno attraversato me e che, secondo me, possono ancora parlare oggi», afferma l’autore.
La versione presentata a Leonforte è una riduzione dello spettacolo originale, debuttato nel novembre 2025 al Teatro del Canovaccio di Catania. Un adattamento pensato per il contesto di Villa Bonsignore, che modifica la struttura ma non l’identità del lavoro.
Sul palco Gianmarco Arcadipane e Nicola Costa costruiscono un dispositivo scenico essenziale, alternando narrazione, interpretazione e momenti di dialogo tra personaggi. Non un reading, ma una vera scrittura teatrale affidata alla presenza degli interpreti.
La scena rinuncia al superfluo: pantaloni neri, camicia bianca, cravatta, pochi elementi capaci di evocare un’epoca e un immaginario. Un microfono dal sapore vintage richiama il linguaggio scenico di Gaber, mentre le videoproiezioni accompagnano il racconto della sua vita artistica. Tutto converge verso il centro della rappresentazione: il lavoro dell’attore.
Particolarmente significativo il rapporto scenico tra Arcadipane e Nicola Costa, chiamato a interpretare Sandro Luporini. Una scelta che nasce da un legame umano e artistico consolidato nel tempo.
«Nicola è stato uno dei miei primi maestri quando ho iniziato a recitare da bambino. Mi è sembrato bello, quasi simbolico, ricambiare oggi quel gesto affidandogli il ruolo di Luporini», racconta Arcadipane.
Tra i momenti più intensi dello spettacolo il dialogo immaginato tra Gaber e Luporini nella costruzione de La libertà, brano simbolo del loro sodalizio artistico e umano. Una scena che restituisce il valore della collaborazione creativa e che, attraverso il rapporto tra i due autori, richiama anche il senso più profondo del fare teatro.
«La libertà non è uno spazio libero». Le parole di Gaber continuano a risuonare con una forza intatta, superando il tempo della loro composizione e restituendo allo spettatore una riflessione ancora necessaria sul concetto di partecipazione e responsabilità.
Con questa anteprima, il Premio Nazionale di Teatro “Città di Leonforte” conferma una direzione artistica orientata alla pluralità dei linguaggi e al dialogo tra generazioni. Un percorso che guarda alla tradizione, ma allo stesso tempo sostiene nuove progettualità e nuovi sguardi capaci di confrontarsi con il patrimonio teatrale.



