di Irene Varveri
Portare Camilleri in piazza: questa la sfida. Significa accettare il rischio di trasferire il mondo di Vigàta fuori dalle pagine di un libro e dentro uno spazio aperto nel quale il teatro incontra direttamente la comunità. È la scommessa raccolta dal Teatro delle Nevi di Acireale con La seduta spiritica – C’era una volta a Vigàta, spettacolo tratto da un racconto di Andrea Camilleri, andato in scena ieri sera, 9 agosto, in Piazza Margherita a Leonforte, nell’ambito della 43ª edizione del Premio Nazionale di Teatro Città di Leonforte, con la Menzione Speciale “Teatro Popolare”.
Un riconoscimento che la compagnia ha accolto con sorpresa e soddisfazione, ammettendo di non aspettarselo. Una menzione che torna per la seconda volta nell’ambito del Premio e che sottolinea quella dimensione popolare e immediatamente comunicativa che lo spettacolo è riuscito a esprimere. Il punto di partenza è il racconto breve La seduta spiritica, contenuto nella raccolta La Regina di Pomerania e altre storie di Vigàta, pubblicata da Sellerio nel 2012. Ma quello portato in scena non è un semplice trasferimento del testo dalla pagina al palcoscenico.
Come spiega Ernesto Mangano, che ha curato l’adattamento insieme a Rodolfo Torrisi, si è partiti dal nucleo della vicenda: una seduta spiritica organizzata da alcuni nobili di Vigàta per cercare risposte legate a un testamento e a un’eredità. Da qui, però, l’adattamento si allarga e accoglie altri personaggi appartenenti all’universo narrativo di Camilleri, provenienti da racconti e romanzi diversi.
È quasi un incontro tra differenti pagine dello scrittore, costruito dalla compagnia con la consapevolezza e la passione di chi conosce profondamente quell’universo. Mangano racconta infatti di aver letto praticamente tutta l’opera di Camilleri. Un lavoro nato nel 2025, in occasione del centenario della nascita dello scrittore, e diventato così un omaggio non soltanto a un racconto, ma all’intero mondo di Vigàta.
Ma se l’adattamento amplia lo spazio narrativo, la regia compie una scelta opposta sul piano scenografico: ridurre all’essenziale gli elementi presenti in scena per moltiplicarne le possibilità. È proprio Rodolfo Torrisi, regista dello spettacolo, a spiegare la necessità di trovare una soluzione capace di rendere immediatamente riconoscibili i numerosi ambienti nei quali si sviluppa la vicenda. Da qui nasce l’idea dei cubi, insieme all’uso delle luci.
Pochi elementi che, spostati, sovrapposti e ricomposti, cambiano continuamente funzione. Lo stesso spazio può diventare un ambiente diverso, senza bisogno di ricorrere a continui cambi di scenografia. I cubi diventano così una vera e propria grammatica scenica: segnano le geometrie, costruiscono gli ambienti, delimitano lo spazio e accompagnano il movimento degli attori. La luce interviene poi a completare questa trasformazione, consentendo allo spettatore di comprendere immediatamente dove si trova.
È una soluzione semplice solo in apparenza. Dietro quella semplicità c’è un lavoro preciso di costruzione del ritmo e dello spazio. La scenografia non rimane sullo sfondo, ma diventa parte integrante della narrazione. Alla ricchezza dell’universo camilleriano corrisponde poi un lavoro altrettanto importante sugli interpreti.
Gaetano Cittadino, interprete principale nel ruolo di Agatino, proprietario di una cava di zolfo, racconta la difficoltà incontrata nella costruzione del personaggio. Un percorso nel quale è stato fondamentale il confronto con Ernesto Mangano, Rodolfo Torrisi e Maurizio Panasiti. Agatino è coinvolto nella vicenda della seduta spiritica perché vuole arrivare alla verità sulla questione dell’eredità. Un personaggio non semplice da costruire, secondo Cittadino, ma proprio per questo capace di regalargli una particolare soddisfazione una volta trovato il modo giusto di viverlo in scena.
Alla ricchezza dei personaggi corrisponde anche una compagnia numerosa: sedici interpreti in scena, un numero che richiama quasi la dimensione delle grandi compagnie teatrali di un tempo e che rende evidente la complessità organizzativa dello spettacolo. Non è semplice, infatti, muovere e coordinare un gruppo così numeroso. Una vera macchina teatrale che, come raccontano i protagonisti, richiede anche una particolare attenzione alla ricerca degli interpreti: quando mancano determinate figure, la compagnia ricorre anche ai casting, cercando nuovi attori da inserire nei propri progetti.
Anche i costumi d’epoca, alcuni ricercati e altri ricreati dalla compagnia, contribuiscono a restituire il clima della Vigàta immaginata da Camilleri. Ma forse la misura più immediata dell’efficacia dello spettacolo è arrivata proprio dal rapporto con il pubblico. La rappresentazione si è svolta in una piazza viva, dove non tutti gli spettatori erano necessariamente seduti in platea. Eppure, l’attenzione è rimasta alta: agli applausi e ai momenti più divertenti si sono alternati anche silenzi attenti, quelli che raccontano una partecipazione autentica.
E c’è un particolare che merita di essere sottolineato: anche chi si trovava nei bar della piazza, magari più lontano dalla platea, continuava a seguire ciò che accadeva in scena. Non un elemento di disturbo, dunque, ma quasi il contrario. Un piccolo segnale della capacità dello spettacolo di conquistare uno spazio più ampio di quello formalmente destinato agli spettatori. È forse questa una delle forme più belle del teatro in piazza: la possibilità che qualcuno non sia venuto appositamente per assistere a una rappresentazione e finisca invece per fermarsi, guardare, ascoltare e lasciarsi coinvolgere.
E così La seduta spiritica ha portato Camilleri dentro una piazza di Leonforte, trasformando una breve storia in un universo teatrale fatto di personaggi, luci, cubi, costumi e movimento. Una Vigàta reinventata per il palcoscenico e un teatro capace, ancora una volta, di uscire dalla platea e andare incontro al pubblico. Portare Camilleri in piazza: questa la sfida. Significa accettare il rischio di trasferire il mondo di Vigàta fuori dalle pagine di un libro e dentro uno spazio aperto nel quale il teatro incontra direttamente la comunità. È la scommessa raccolta dal Teatro delle Nevi di Acireale con La seduta spiritica – C’era una volta a Vigàta, spettacolo tratto da un racconto di Andrea Camilleri, andato in scena ieri sera, 9 agosto, in Piazza Margherita a Leonforte, nell’ambito della 43ª edizione del Premio Nazionale di Teatro Città di Leonforte, con la Menzione Speciale “Teatro Popolare”.
Un riconoscimento che la compagnia ha accolto con sorpresa e soddisfazione, ammettendo di non aspettarselo. Una menzione che torna per la seconda volta nell’ambito del Premio e che sottolinea quella dimensione popolare e immediatamente comunicativa che lo spettacolo è riuscito a esprimere. Il punto di partenza è il racconto breve La seduta spiritica, contenuto nella raccolta La Regina di Pomerania e altre storie di Vigàta, pubblicata da Sellerio nel 2012. Ma quello portato in scena non è un semplice trasferimento del testo dalla pagina al palcoscenico.
Come spiega Ernesto Mangano, che ha curato l’adattamento insieme a Rodolfo Torrisi, si è partiti dal nucleo della vicenda: una seduta spiritica organizzata da alcuni nobili di Vigàta per cercare risposte legate a un testamento e a un’eredità. Da qui, però, l’adattamento si allarga e accoglie altri personaggi appartenenti all’universo narrativo di Camilleri, provenienti da racconti e romanzi diversi.
È quasi un incontro tra differenti pagine dello scrittore, costruito dalla compagnia con la consapevolezza e la passione di chi conosce profondamente quell’universo. Mangano racconta infatti di aver letto praticamente tutta l’opera di Camilleri. Un lavoro nato nel 2025, in occasione del centenario della nascita dello scrittore, e diventato così un omaggio non soltanto a un racconto, ma all’intero mondo di Vigàta.
Ma se l’adattamento amplia lo spazio narrativo, la regia compie una scelta opposta sul piano scenografico: ridurre all’essenziale gli elementi presenti in scena per moltiplicarne le possibilità. È proprio Rodolfo Torrisi, regista dello spettacolo, a spiegare la necessità di trovare una soluzione capace di rendere immediatamente riconoscibili i numerosi ambienti nei quali si sviluppa la vicenda. Da qui nasce l’idea dei cubi, insieme all’uso delle luci.
Pochi elementi che, spostati, sovrapposti e ricomposti, cambiano continuamente funzione. Lo stesso spazio può diventare un ambiente diverso, senza bisogno di ricorrere a continui cambi di scenografia. I cubi diventano così una vera e propria grammatica scenica: segnano le geometrie, costruiscono gli ambienti, delimitano lo spazio e accompagnano il movimento degli attori. La luce interviene poi a completare questa trasformazione, consentendo allo spettatore di comprendere immediatamente dove si trova.
È una soluzione semplice solo in apparenza. Dietro quella semplicità c’è un lavoro preciso di costruzione del ritmo e dello spazio. La scenografia non rimane sullo sfondo, ma diventa parte integrante della narrazione. Alla ricchezza dell’universo camilleriano corrisponde poi un lavoro altrettanto importante sugli interpreti. Gaetano Cittadino, interprete principale nel ruolo di Agatino, proprietario di una cava di zolfo, racconta la difficoltà incontrata nella costruzione del personaggio. Un percorso nel quale è stato fondamentale il confronto con Ernesto Mangano, Rodolfo Torrisi e Maurizio Panasiti.
Agatino è coinvolto nella vicenda della seduta spiritica perché vuole arrivare alla verità sulla questione dell’eredità. Un personaggio non semplice da costruire, secondo Cittadino, ma proprio per questo capace di regalargli una particolare soddisfazione una volta trovato il modo giusto di viverlo in scena. Alla ricchezza dei personaggi corrisponde anche una compagnia numerosa: sedici interpreti in scena, un numero che richiama quasi la dimensione delle grandi compagnie teatrali di un tempo e che rende evidente la complessità organizzativa dello spettacolo. Non è semplice, infatti, muovere e coordinare un gruppo così numeroso. Una vera macchina teatrale che, come raccontano i protagonisti, richiede anche una particolare attenzione alla ricerca degli interpreti: quando mancano determinate figure, la compagnia ricorre anche ai casting, cercando nuovi attori da inserire nei propri progetti.
Anche i costumi d’epoca, alcuni ricercati e altri ricreati dalla compagnia, contribuiscono a restituire il clima della Vigàta immaginata da Camilleri. Ma forse la misura più immediata dell’efficacia dello spettacolo è arrivata proprio dal rapporto con il pubblico. La rappresentazione si è svolta in una piazza viva, dove non tutti gli spettatori erano necessariamente seduti in platea. Eppure, l’attenzione è rimasta alta: agli applausi e ai momenti più divertenti si sono alternati anche silenzi attenti, quelli che raccontano una partecipazione autentica.
E c’è un particolare che merita di essere sottolineato: anche chi si trovava nei bar della piazza, magari più lontano dalla platea, continuava a seguire ciò che accadeva in scena. Non un elemento di disturbo, dunque, ma quasi il contrario. Un piccolo segnale della capacità dello spettacolo di conquistare uno spazio più ampio di quello formalmente destinato agli spettatori.
È forse questa una delle forme più belle del teatro in piazza: la possibilità che qualcuno non sia venuto appositamente per assistere a una rappresentazione e finisca invece per fermarsi, guardare, ascoltare e lasciarsi coinvolgere. E così La seduta spiritica ha fatto rivivere il maestro Camilleri nel cuore di Leonforte, trasformando una breve storia in un universo teatrale fatto di personaggi, luci, cubi, costumi e movimento. Una Vigàta reinventata per il palcoscenico e un teatro capace, ancora una volta, di uscire dalla platea e andare incontro al pubblico.



