di Salvo La Porta
La giornata era bella, quasi estiva; l’itinerario sempre lo stesso. Quello di tutte le mattine. La manina a stringere quella della nonna, che con l’altra teneva la sporta della spesa e ….destinazione Pescheria. Giù per la via Pozzo Canale, via Garibaldi ( con tappa obbligata alla merceria Bruno del Pappagallo), via Santa Chiara e via Gisira, alla fine della quale ci aspettava la nonna “vecchia “, seduta ai piedi della chiesa dell’Indirizzo al suo posto di frutta, che aveva già comprato per me una brioscina con la “passula” al panificio di via Pardo.
“Ammuccatilla, è caura caura.. mangiala è calda calda. Arricriati” , mi diceva tirandola fuori dall’ampio grembiule. Io gliela toglievo quasi dalle mani e, dopo un biascicato grazie, mi “ arricriavo“ a divorarla. La nonna Maria, intanto, tornava con la sporta piena e insieme, tagliando le stradine della Pescheria, accorciando per gli scalini dell’ acqua “a linzolu” ci ritrovavamo in piazza Duomo; quindi in Cattedrale, davanti l’altare di “San Giorgiu cavalieri”, il primo a sinistra, ad accendergli un lumino, perché custodisse lontano da ogni pericolo quel figlio maschio, che lontano era, a fare la carriera militare.
Anche quella mattina, aveva iniziato a “cutturiari” il santo, “san Giorgiu cavalieri…”, quando, improvvisamente, si ferma. I suoi occhi avevano visto ai piedi dell’altare muoversi qualcosa. “ Un gatto”, pensò, “ non c’è più religione!” In verità, nelle chiese se ne vedevano di tutti i colori. Interrompe il suo “mantra” e fa per cacciare via il gattino, quando….
Quando sente un suono flebile, un lamento. È il pianto di un bambino! Con il cuore in gola, grida aiuto ed ecco arrivare alcune pie donne che, messe al corrente del fatto, si danno da fare, per dare le prime cure a quella creaturina, portandolo subito in Sacrestia, dove un prete non certo campione di carità, gli amministra il battesimo. “ Salvatore “ impose la nonna Maria, si doveva chiamare. Salvatore come il suo figlio militare lontano. Avrebbe voluto portarselo a casa il piccolo Salvatore, ma c’era sua figlia Concettina, signorina. “Cosa avrebbe detto la gente?” Ci pensarono il prete e i carabinieri a sistemare il piccolo in un brefotrofio che, se non ricordo male, si trovava nei pressi di via Orfanelli.
La nonna e io per la mano non volevamo lasciarlo. Non potevamo. Alcune suore, infastidite della nostra presenza, svolazzavano per i freddi corridoi e ci facevano capire che la nostra presenza non era gradita. Avevano quel buffo copricapo che le faceva somigliare a volatili; erano orsoline? Una si rivolse bruscamente alla nonna , che piangeva.
“Prima combinate i guai, poi piangete “ , sibilò. Ricordo ancora il volto della nonna, che dovette faticare a non rispondere per le rime. Finalmente, tornammo a casa dove al negozio ci aspettava nonno Michele che, preoccupato per la nostra prolungata assenza, ascolto’ incredulo e commosso quello che avevamo vissuto. Non lo abbandonammo Salvatore. La domenica mattina, così eravamo abituati a fare, andavamo a Messa, a trovare i parenti, al Cimitero e, infine, da Salvatore, che ci aspettava e al quale portavamo sempre un piccolo dono. I piccoli doni di un “piccolo mondo antico “ del 1953 a Catania. Un pacchetto di biscotti, un paio di “ calzettini” bianchi, quelli dei bambini; quante volte ho pensato a quei calzettini! Quando glieli diedi , lui mi si buttò tra le braccia, presagendo forse che mai più ci saremmo visti. Mai più! La domenica seguente, non andammo a trovarlo. Era stato adottato da un facoltoso avvocato senza figli, che gli cambiò anche il nome. Leandro lo chiamò. Questa è l’ultima notizia, che ho di lui. Dio ti benedica, Leandro. Sii felice!



