NASPI: le domande che mi sono fatto dopo aver perso il lavoro (e le risposte che non mi aspettavo)
Mi chiamo Tizio. Tre mesi fa ho perso il lavoro. Non me lo aspettavo — o forse sì, ma ci speravo sempre un po’ meno di quanto ammettessi. La prima cosa che ho fatto, ancora prima di riprendermi dallo shock, è stata aprire Google e digitare: “NASPI come funziona”. Ho letto, ho creduto di capire, mi sono fatto delle idee. Alcune erano giuste. Molte erano sbagliate. Questo articolo racconta le domande che mi sono fatto, le risposte che mi ero dato da solo — e quello che mi ha spiegato, paziente e preciso, l’avvocato del lavoro che ho consultato poco dopo.
«Ho lavorato per anni, quindi la NASPI mi spetta di sicuro.»
💭 Tizio pensa: Ho versato contributi per anni. La disoccupazione è un mio diritto, l’ho guadagnata.
→ “Certo che mi spetta. Ho lavorato tanto, ho sempre pagato i contributi. La NASPI è una cosa che mi sono guadagnato.”
⚖ L’avvocato corregge: Parzialmente vero, ma attenzione: la NASPI non scatta in automatico per il solo fatto di aver lavorato. Servono due condizioni insieme. La prima: la cessazione del rapporto di lavoro deve essere involontaria — licenziamento, scadenza di un contratto a termine, o in casi specifici dimissioni per giusta causa. La seconda: almeno 13 settimane di contribuzione versate nei quattro anni precedenti la fine del lavoro. Se ti sei dimesso tu, senza una causa giusta e soprattutto non documentata, nessun numero di anni lavorati ti dà diritto all’indennità. La NASPI tutela la perdita involontaria del reddito, non la scelta di andarsene.
«Quanto dura? Basta fare il conto degli anni che ho lavorato.»
💭 Tizio pensa: Ho lavorato quattro anni. Quindi prendo quattro anni di NASPI.
→ “Ho lavorato quattro anni di fila, quindi mi aspetto quattro anni di indennità. No?”
⚖ L’avvocato corregge: No, purtroppo. La durata della NASPI è pari alla metà delle settimane di contribuzione versate negli ultimi quattro anni, con un massimo di 24 mesi — non quattro anni. Anche chi ha lavorato vent’anni di fila prende al massimo due anni di NASPI, perché il calcolo considera solo il quadriennio precedente la cessazione. Guarda la tabella: è la cosa più chiara che puoi tenere a mente.
| Settimane contribuite (4 anni) | Equivalente in anni | Durata NASpI | In mesi (circa) |
| 26 sett. | 6 mesi | 13 sett. | ~3 mesi |
| 52 sett. | 1 anno | 26 sett. | ~6 mesi |
| 78 sett. | 18 mesi | 39 sett. | ~9 mesi |
| 104 sett. | 2 anni | 52 sett. | ~12 mesi |
| 156 sett. | 3 anni | 78 sett. | ~18 mesi |
| ≥ 208 sett. | 4 anni | 104 sett. ★ | 24 mesi ★ |
★ Il massimo di 24 mesi si ottiene solo con almeno 208 settimane di contributi (circa 4 anni pieni) nel quadriennio precedente la cessazione.
▎ Dal conteggio vanno sottratte le settimane già usate per una precedente NASPI. Chi ha già percepito la disoccupazione in passato potrebbe avere meno settimane disponibili di quanto pensi.
«L’importo resterà lo stesso per tutti i mesi.»
💭 Tizio pensa: Prenderò sempre lo stesso importo per tutta la durata della NASPI.
→ “L’importo è fisso. Ogni mese uguale, fino all’ultimo.”
⚖ L’avvocato corregge: Sbagliato, ed è uno degli errori più costosi in termini di pianificazione. La NASPI parte al 75% della tua retribuzione media degli ultimi quattro anni (fino al massimale mensile di € 1.584,70 per il 2026), ma dal primo giorno del sesto mese si riduce del 3% ogni mese. La riduzione si calcola sull’importo del mese precedente, non su quello iniziale: l’effetto è quindi cumulativo. Chi percepisce la NASPI per 18 mesi si ritrova nell’ultimo periodo con un importo significativamente più basso rispetto al primo. C’è però una eccezione: chi aveva già compiuto 55 anni alla data di presentazione della domanda — non alla cessazione, ma alla domanda — vede slittare l’inizio della riduzione all’ottavo mese invece del sesto.
| Profilo | Quando scatta la riduzione | Riduzione mensile |
| Under 55 alla data della domanda | Dal 1° giorno del 6° mese | –3% sull’importo del mese precedente |
| Over 55 alla data della domanda | Dal 1° giorno dell’8° mese | –3% sull’importo del mese precedente |
«Mi dimetto e poi chiedo la NASPI: tanto se ho giusta causa funziona.»
💭 Tizio pensa: Il mio capo mi tratta male da mesi. Mi dimetto e prendo la NASPI grazie alla giusta causa.
→ “Il mio datore non mi paga da qualche mese, l’ambiente è diventato insopportabile. Mi dimetto per giusta causa e chiedo la NASPI: ho tutto il diritto.”
⚖ L’avvocato corregge: Qui la risposta giusta non è “sì” o “no”, ma “dipende da come gestisci la situazione“. Le dimissioni per giusta causa sono tecnicamente una via per accedere alla NASPI, ma nella pratica sono un percorso pieno di ostacoli. Il datore quasi sempre nega la giusta causa nella comunicazione che invia all’INPS: a quel punto l’INPS vede dimissioni volontarie e rigetta la domanda. Per far valere il proprio diritto occorre una causa ordinaria davanti al giudice del lavoro — e vinci solo se hai prove concrete: mesi di stipendio non pagati documentati da estratti conto e buste paga, diffide scritte rimaste senza risposta, non semplici lamentele verbali. Prima di dimettersi per giusta causa, il consiglio di qualsiasi avvocato del lavoro è sempre lo stesso: documenta tutto prima di muoverti.
▎ La Cassazione ha ribadito (ord. n. 8564/2026) che la giusta causa deve essere dimostrata con elementi concreti e invocata in modo tempestivo. Chi tollera la situazione per molti mesi rischia di vedersi negata la giusta causa proprio per quella tolleranza, interpretata come accettazione dell’inadempimento.
«Mi hanno trasferito lontano: mi dimetto e prendo la NASPI.»
💭 Tizio pensa: Mi hanno trasferito a 200 km da casa. Sicuramente ho diritto alla NASPI se mi dimetto.
→ “Mi hanno spostato in un’altra città a 200 km da casa mia. Una distanza del genere è giusta causa automatica. Mi dimetto e la NASPI me la danno di sicuro.”
⚖ L’avvocato corregge: Fino a poco tempo fa molti tribunali la pensavano come te. Ma la Cassazione ha cambiato le carte in tavola con l’ordinanza n. 10559 del 21 aprile 2026. La sentenza riguardava un lavoratore trasferito da Genova a Catania: la Corte ha stabilito che la sola distanza geografica non è sufficiente per integrare la giusta causa di dimissioni. Occorre dimostrare che il trasferimento è avvenuto senza valide ragioni organizzative, configurando un inadempimento del datore di lavoro. Se le ragioni esistevano, il lavoratore ha fatto una scelta libera — comprensibile, ma non involontaria — e la NASPI non spetta. Ogni caso va valutato nelle sue specifiche circostanze. Vedi articolo su il blog dei professionisti NASPI e trasferimento del lavoratore oltre 50 km.
«Mi asserisco dal lavoro: prima o poi mi licenziano e prendo la NASPI.»
💭 Tizio pensa: Se sparisco dal lavoro qualche settimana, prima o poi mi licenziano e intasco la NASPI.
→ “Non ho voglia di litigare, non voglio fare cause. Smetto di presentarmi, aspetto che il datore mi licenzi per giusta causa e poi chiedo la NASPI. Semplice.”
⚠ ATTENZIONE — Questa strategia funzionava forse in passato. Dal 12 gennaio 2024 è rischiosa. Il Collegato Lavoro (L. n. 203/2024) ha introdotto le “dimissioni per fatti concludenti”: se sei assente ingiustificatamente oltre i termini previsti dal tuo contratto collettivo — o per più di quindici giorni in assenza di indicazioni specifiche — il datore può segnalare la situazione all’Ispettorato del Lavoro. L’Ispettorato può dichiarare che il rapporto si è risolto per tua volontà: equiparato a dimissioni volontarie, nessuna NASPI. Solo se il datore sceglie invece la strada del procedimento disciplinare formale fino al licenziamento, la NASPI spetta. Ma quella scelta è sua, non tua.
«Apro la partita IVA e continuo a prendere la NASPI senza dirlo a nessuno.»
💭 Tizio pensa: Apro la partita IVA, faccio qualche lavoretto e non dico niente all’INPS: tanto non lo sanno.
→ “Prendo la NASPI e nel frattempo apro una piccola partita IVA. L’INPS non può controllare tutto. I soldi sono pochi, figuriamoci.”
⚖ L’avvocato corregge: L’INPS incrocia i dati con l’Agenzia delle Entrate: lo sa. E quando lo scopre, non ti chiede solo quello che avresti dovuto restituire dal momento dell’accertamento. Recupera tutta la NASPI percepita dall’inizio dell’attività non comunicata, anche se risale a molti mesi prima. La regola corretta è questa: puoi avere la partita IVA e la NASPI insieme, ma devi comunicare il reddito previsto all’INPS tramite modello NASPI-Com entro 30 giorni dall’apertura. Se il reddito annuo stimato non supera € 5.500, la NASPI continua ma viene ridotta dell’80% del reddito previsto. Conviene comunicare sempre, anche quando l’attività sembra marginale.
«Prendo la NASPI in anticipo, apro l’azienda e se non va chiudo: problema risolto.»
💭 Tizio pensa: Prendo tutta la NASPI anticipata, ci apro un’azienda e se non funziona chiudo e mi faccio assumere.
→ “Ho sentito che puoi farti dare tutta la NASPI subito per aprire un’attività. Se poi l’attività non va, chiudo e mi faccio assumere da qualcuno. Tanto la NASPI l’ho già presa.”
⚖ L’avvocato corregge: Questo è uno degli errori più gravi e più comuni. La legge (art. 8, comma 4, D.Lgs. n. 22/2015) stabilisce che se ti fai assumere come dipendente prima della scadenza del periodo teorico coperto dall’anticipazione, devi restituire all’INPS tutta la somma percepita — non solo i ratei che non hai ancora “consumato”, ma proprio tutto, anche i mesi già spesi. Un lavoratore che aveva anticipato 15 mesi di NASPI, trovato lavoro al 14° mese, si è visto recapitare una richiesta di restituzione integrale. Dal 2026 l’erogazione avviene in due rate (70% subito, 30% al termine del periodo teorico), ma la regola sulla restituzione non cambia. La Corte Costituzionale (sentenza n. 90/2024) ha previsto un’eccezione solo per forza maggiore documentata — calamità naturali, malattia grave — non per le normali difficoltà di mercato. Prima di firmare la domanda di anticipazione, parlane con dei professionisti che valutino la solidità del tuo progetto.
«La NASPI è esentasse: almeno quella la prendo tutta.»
💭 Tizio pensa: Almeno la NASPI non la tasso. Quella è tutta mia.
→ “Per fortuna la NASPI è esente da tasse. Almeno quella la intasco per intero.”
⚖ L’avvocato corregge: Purtroppo no. La NASPI è tassata come il reddito da lavoro dipendente (art. 50 TUIR). L’INPS trattiene le ritenute ogni mese, ma non sempre applica tutte le detrazioni spettanti. Il risultato è che l’anno dopo, quando presenti il modello 730, potresti trovarti con una differenza da pagare. L’INPS ti manda la Certificazione Unica con i dati della NASPI percepita: scaricala dall’area riservata del portale e inseriscila nella dichiarazione dei redditi insieme a eventuali altre CU del datore di lavoro. Se la NASPI si è conclusa prima del 31 marzo dell’anno in cui presenti il 730, l’INPS non fa da sostituto d’imposta: dovrai presentare il 730 senza sostituto oppure il modello Redditi PF, pagando le imposte tramite F24.
«Questi mesi senza lavoro sono persi per la pensione.»
💭 Tizio pensa: I mesi di NASPI sono persi ai fini previdenziali.
→ “Oltre al danno del licenziamento, questi mesi senza lavorare mi porteranno via contributi utili per la pensione. È un doppio colpo.”
⚖ L’avvocato conferma: Su questo punto Tizio aveva torto a preoccuparsi — almeno in parte. Chi percepisce la NASPI mensile ordinaria accumula contribuzione figurativa, accreditata automaticamente dall’INPS a carico della fiscalità generale. Quei mesi compaiono nell’estratto conto previdenziale con la causale “FIG DISOC” e contano sia per maturare il diritto alla pensione sia — entro certi limiti — per il suo importo futuro. Il tetto di riferimento è pari a 1,4 volte il massimale mensile NASPI (circa € 2.218 per il 2026): se la tua retribuzione media era superiore a quella cifra, la contribuzione figurativa si ferma lì. Attenzione però: se opti per la NASPI anticipata, questa contribuzione figurativa non si accumula per il periodo coperto dall’anticipazione. Per chi è prossimo alla pensione o ha già dei buchi contributivi, è un elemento da valutare con attenzione prima di scegliere l’anticipo.
Quello che ho imparato: meglio sapere prima
Alla fine di questa esperienza ho capito una cosa sola, che vale più di tutte le regole tecniche messe insieme: le decisioni sbagliate sul lavoro si pagano due volte. La prima quando le prendi. La seconda quando scopri le conseguenze.
Dimettersi senza sapere se si ha diritto alla NASPI, assentarsi sperando nel licenziamento, aprire la partita IVA senza comunicarlo, chiedere l’anticipazione senza valutare i rischi: sono tutte scelte che sembrano ovvie nell’immediato ma che possono costare molto care. Ogni situazione ha le sue specificità, e quello che vale per un collega non vale necessariamente per te. Prima di fare qualsiasi mossa, la cosa più utile che puoi fare è parlare con un avvocato del lavoro.
Nota legale
Il personaggio di Tizio è fittizio. Le informazioni hanno carattere divulgativo e non costituiscono consulenza legale. La normativa sulla NASPI è soggetta ad aggiornamenti frequenti. Per una valutazione della propria situazione specifica è necessario rivolgersi a un professionista abilitato. Puoi trovare informazioni più dettagliate e approfondite su:



