di Irene Varveri
LEONFORTE – È andato in scena allo Stazzone – Scenario delle Acque e delle Rappresentazioni, nell’ambito della 43ª edizione del Premio Nazionale Teatro Città di Leonforte, 20 Grammi, produzione di Caraboa Teatro, realtà teatrale nata a Trieste dall’incontro artistico tra Gioia Battista e Nicola Ciaffoni. Lo spettacolo vede in scena Nicola Ciaffoni, su testo e drammaturgia di Gioia Battista, con la regia di Gioia Battista e Nicola Ciaffoni. Si parte da una domanda semplice e insieme paradossale: quanto costa, in termini ambientali, una mail inviata da un attore a un teatro? Venti grammi di anidride carbonica. Il dato, attribuito a una ricerca della Royal Society diventa il punto di partenza per una riflessione. sulla crisi climatica. Il progetto si è inoltra valso della consulenza scientifica del climatologo Filippo Giorgi, componente dell’IPCC, il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, insignito del Premio Nobel per la pace nel 2027.
Da una cifra apparentemente piccolissima prende così avvio una riflessione moto più ampia sulla sull’emergenza climatica e, contemporaneamente, sulla condizione di chi il teatro lo fa e continua a bussare alle porte senza ricevere risposta. La mail diventa così il punto d’incontro fra due crisi apparentemente lontane: quella del pianeta e quella di un sistema teatrale nel quale, soprattutto per le compagnie indipendenti, trovare uno spazio e raggiungere il pubblico è sempre più difficile. Il tema ambientale viene affrontato senza voler trasformare la scena in un pulpito. Gli autori stessi spiegano che «non funziona la narrazione in cui l’attore si mette in cattedra e dice: bisogna fare così», scegliendo invece di cercare, insieme allo spettatore, una possibile direzione. Da qui nasce la struttura dello spettacolo, costruita attraverso linguaggi diversi: il monologo, la stand-up comedy, la poetry slam, la musica, il movimento e la trasformazione fisica dell’interprete.
Ciaffoni attraversa questi registri con energia e una buona capacità di mettersi in gioco. Tra i momenti più interessanti c’è quello affidato alla poesia L’alba del 2200, di Filippo Capobianco, poeta, autore e performer, campione del mondo di Poetry Slam 2023 e consulente poetico dello spettacolo. La varietà dei linguaggi alimenta pertanto la curiosità e rende imprevedibile il percorso, soprattutto nella prima parte, quando lo spettatore non sa ancora quale sarà la forma successiva con cui il tema verrà affrontato. Il ritmo complessivo è buono, anche se non tutti i passaggi hanno la stessa incisività. In alcuni momenti il monologo tende ad affievolirsi e la successione delle diverse forme avrebbe potuto essere leggermente più asciutta. È un limite contenuto, che non compromette l’impianto generale, ma che lascia pensare a uno spettacolo che potrebbe guadagnare ulteriore forza attraverso una maggiore selezione.
La vera direzione del lavoro emerge però nel rapporto con il pubblico. Lo spettatore non è considerato soltanto qualcuno che assiste, ma una presenza chiamata progressivamente a entrare dentro l’esperienza. È una scelta che nasce da una convinzione precisa degli autori che, né la crisi climatica, né quella del teatro, può essere affrontata individualmente. «La crisi del teatro come la crisi climatica non si risolve da soli» spiegano, perché l’idea di una risposta deve essere cercata nella comunità. Il concetto trova la sua espressione più evidente nel finale. Le luci non rimangono concentrate sul palcoscenico, ma si accendono anche sulla platea, cancellando idealmente la distanza tra chi agisce e chi guarda. Tutti vengono ricondotti nello stesso spazio e diventano parte di un’esperienza condivisa. È il teatro stesso a trasformarsi in metafora di quella comunità che lo spettacolo invoca: persone diverse che, per un tempo limitato, condividono lo stesso luogo e lo stesso presente, hic et nunc.
Poi arriva l’invito ad alzarsi in piedi e a battere le mani. Una scelta intelligente, ma anche astuta. La standing ovation diventa infatti contemporaneamente un gesto simbolico di partecipazione alla causa ambientale e un applauso rivolto al teatro e all’interprete. È un finale efficace proprio per la sua ambivalenza: chiede allo spettatore di prendere posizione, ma gli offre anche l’occasione di celebrare ciò a cui ha appena assistito. È probabilmente qui che 20 Grammi raggiunge il suo momento più compiuto. La platea smette di essere soltanto il luogo da cui si osserva e diventa parte della scena. E se il teatro è, per sua stessa natura, un’esperienza collettiva, allora può diventare anche il luogo simbolico da cui immaginare una risposta a una crisi che riguarda tutti.
Nel complesso, lo spettacolo convince per l’originalità dell’idea di partenza, per l’attualità del tema e per la curiosità generata dalla contaminazione dei linguaggi. Anche se l’impianto non è sempre uniforme e in alcuni passaggi il ritmo sembra concedersi qualche pausa, è soprattutto l’inizio a catturare immediatamente l’attenzione, mentre l’epilogo ritrova pienamente la sua energia nella costruzione scenica e nel coinvolgimento diretto della platea. Ed è forse proprio nella ricerca di una forma che 20 Grammi trova la sua dichiarazione più autentica. Un attore prova, cambia registro, cerca la chiave per farsi ascoltare. La compagnia cerca, allo stesso modo, un modo per parlare di una crisi enorme senza cadere nella retorica. Nessuna soluzione viene presentata come definitiva: resta la necessità di provare, di interrogarsi e soprattutto di condividere la responsabilità. Quei venti grammi, alla fine, sono molto più di una misura. Sono il simbolo di quanto anche un gesto apparentemente insignificante possa avere un peso. E se da soli quel peso sembra quasi irrilevante, insieme può diventare qualcosa di diverso: la possibilità di cambiare direzione.



