di Irene Varveri

 Leonforte – Lo aspettavano soprattutto i giovani. Lo aveva annunciato il passaparola delle ore precedenti e lo ha confermato una platea dello Stazzone – Scenario delle Acque e delle Rappresentazioni completamente piena. L’ingresso libero ha favorito una partecipazione trasversale, ma la sera del 30 agosto, accanto ai protagonisti della 43ª edizione del Premio Nazionale Teatro Città di Leonforte, l’attesa era soprattutto per lui: Claudio Casisa, ospite d’onore della serata condotta dal giornalista e critico teatrale Michele Sciancalepore.

Casisa non ha avuto bisogno di molto per entrare in sintonia con il pubblico. Ha portato sul palco una comicità immediata, fisica e profondamente palermitana, fatta di ritmo, osservazione e quella capacità tutta sua di trasformare una situazione reale in una battuta.

E la prima situazione reale da trasformare in gag è stata servita su un piatto d’argento: Adriano Licata, vicesindaco di Leonforte.

Casisa lo aveva incontrato il giorno precedente a Palermo, al concerto di Jovanotti. Un incontro raccontato con il suo consueto tono scanzonato: Licata gli si era avvicinato e gli aveva spiegato di essere proprio lui il vicesindaco di Leonforte. Casisa, naturalmente, gli aveva fatto notare che la sera successiva avrebbe dovuto essere al Premio del suo paese.

La risposta era stata disarmante: non sarebbe rientrato dopo il concerto di Jovanotti.

«Lo dovevo massacrare sul palco», ha raccontato ridendo, promettendogli poi, con la stessa ironia, un riconoscimento speciale per l’anno prossimo: il premio per essere finalmente presente.

Un siparietto che dice già molto della sua comicità: nessuna distanza tra la realtà e la battuta, nessun bisogno di costruire una situazione. Basta un episodio, e Casisa lo trasforma immediatamente in materia comica.

Una comicità dalla forte matrice palermitana, ma anche profondamente fisica. Il corpo è parte integrante del personaggio: il modo di muovere le gambe, le posture, le smorfie, quella bocca che si apre in una risata larga e contagiosa. Una fisicità quasi da fumetto, che lo rende immediatamente riconoscibile e familiare.

E quando si parla di Sicilia, naturalmente, non poteva mancare la domanda delle domande: arancino o arancina? Una questione gastronomica solo in apparenza, perché in Sicilia è quasi una dichiarazione di appartenenza. Casisa ci gioca con la stessa leggerezza con cui affronta tutto ciò che riguarda la propria terra.

La sua presenza a Leonforte, però, non era soltanto legata alla comicità. A Casisa è stato assegnato il Premio alla Sicilianità 2026, un riconoscimento di particolare valore nella storia della manifestazione, attribuito negli anni a personalità come Pippo Baudo, Franco Battiato e, lo scorso anno, Gianfranco Jannuzzo.

Un premio che, nel suo caso, assume un significato preciso: riconoscere una sicilianità capace di rinnovarsi, di parlare alle nuove generazioni e di utilizzare linguaggi contemporanei senza perdere il legame con le proprie radici.

A 35 anni, Casisa si trova infatti in una posizione curiosa: abbastanza grande da ricordare una televisione in cui Un medico in famiglia era un appuntamento generazionale, ma abbastanza giovane da essere perfettamente dentro i nuovi linguaggi dei social, dei video brevi e di una comunicazione che oggi corre alla velocità di uno scroll.

Eppure, in casa Casisa, qualcosa resiste al cambiamento: le telenovelas turche che guarda sua mamma.

È un dettaglio che introduce il tema della famiglia. Casisa è cresciuto circondato da donne: la mamma, la sorella e la nonna, mentre il padre era andato via. Un universo familiare prevalentemente femminile che oggi racconta con affetto, ma anche con quella naturale ironia che gli permette di trasformare quasi ogni ricordo in una storia.

Il resto della conversazione continua a tavola, lontano dal palco e dalle luci. Ed è lì che l’intervista diventa ancora più personale, senza perdere il tono scanzonato.

Si parla persino del suo nome.

«Ma chi ha scelto di chiamarti Claudio?»

«Mia mamma. Mio padre era appassionato di Bruce Lee e voleva chiamarmi Brandon, come il figlio di Bruce Lee. Immagina Brandon Casisa. Io avrei potuto fare soltanto il mafioso italoamericano!»

Per fortuna, alla fine, prevalse la mamma.

«Ha avuto un po’ di buon senso e mi ha chiamato Claudio. Che poi significa claudicante, zoppo… Non so se fosse meglio Brandon, però ormai è andata».

Da un ricordo familiare si passa naturalmente alla sua vita sentimentale. Casisa è single e, parlando dei suoi video e delle battute che in passato hanno riguardato anche la sua ex, ai tempi dei Soldi Spicci, il discorso arriva inevitabilmente alle donne.

«Ma a te piacciono le donne più grandi?»

«Dipende da quanto più grandi».

La provocazione è lanciata e lui la raccoglie senza esitazione. Si scherza sulle donne mature, sulle differenze d’età e sul possibile effetto “toy boy”.

«Quindi fai effetto toy boy?»

E da lì la domanda diventa ancora più provocatoria.

«Ma le donne ti cercano perché sei ricco?»

Il successo, la notorietà e il nuovo status di personaggio pubblico diventano così l’occasione per scherzare anche sul denaro, fino a trasformare la conversazione in una sorta di improbabile verifica fiscale.

«Stiamo lavorando in nero?»

«No, stasera è tutto dichiarato. Mettiamolo agli atti. Tutto fatturato, tutto regolare».

A tavola, naturalmente, torna anche la Sicilia. Questa volta il bersaglio è l’entroterra. Si scherza sulla provincia di Enna, definita, con una provocazione volutamente esagerata, “una Sicilia che non ce l’ha fatta” perché non ha il mare.

È il gioco dei campanilismi, quello che funziona proprio perché nasce dalla conoscenza e dall’affetto per una terra piena di differenze e contraddizioni.

Ed è forse proprio qui che si comprende il significato del Premio alla Sicilianità assegnato a Casisa.

La sua non è una sicilianità da cartolina, immobile e legata soltanto al passato. È una Sicilia che cambia linguaggio, che passa dalla televisione ai social, dal palco ai video, che parla ai giovani e che sa ridere di se stessa. Una Sicilia che conserva Palermo, la famiglia, l’ironia, i campanilismi e persino le discussioni sull’arancino, ma che non ha paura di guardare avanti.

È la Sicilia di un trentacinquenne che ha costruito il proprio personaggio attraverso una comicità fortemente riconoscibile, una fisicità quasi fumettistica e una capacità naturale di trasformare la quotidianità in spettacolo.

Lo aspettavano i giovani e lo ha accolto una platea piena. Sul palco ha fatto ridere. A tavola ha continuato a farlo.

E forse è proprio questa la sua cifra più autentica: quando il palco finisce, Claudio Casisa non smette di essere Claudio Casisa.