di Irene Varveri
Il confronto sulla manovra di bilancio e sul futuro degli organici scolastici passa anche attraverso una questione di definizioni. «Nessun posto è stato tagliato», ha dichiarato la sottosegretaria al Ministero dell’Istruzione e del Merito, Paola Frassinetti, intervenendo il 5 novembre a Mattina 24 su Rainews. La sua rassicurazione si fonda su una distinzione tecnica: non sarebbero state ridotte le cattedre dell’organico di diritto, ma i posti previsti nell’organico dell’autonomia. Una precisazione importante, ma non basta a chiudere la discussione. Il disegno di legge di bilancio prevede infatti, a partire dall’anno scolastico 2027/2028, una riduzione di 4.925 posti nell’organico dell’autonomia e di 2.049 unità di personale amministrativo, tecnico e ausiliario. Quasi 7.000 posti in meno.
La misura non è ancora definitiva, perché la manovra è tuttora all’esame del Parlamento e potrà essere modificata. I numeri indicati, tuttavia, pongono una questione che va oltre la consistenza degli organici, ossia quale modello di scuola si intende sostenere. È necessario chiarire che l’organico dell’autonomia non coincide esclusivamente con quello di potenziamento, ma comprende diverse tipologie di posti attraverso cui le scuole organizzano l’attività didattica e formativa. Il fatto che non vengano ridotte le cattedre dell’organico di diritto, dunque, non significa che la contrazione annunciata sia priva di effetti. Anche senza intervenire sulle cattedre curricolari, diminuire i posti a disposizione degli istituti può limitare le possibilità di progettazione, recupero e ampliamento dell’offerta formativa.
La riduzione del personale ATA, a sua volta, riguarda il funzionamento quotidiano delle scuole: dalle segreterie alla vigilanza, fino ai servizi di assistenza. Frassinetti ha invitato a ridimensionare gli allarmismi, richiamando soprattutto il dato demografico. Negli ultimi anni, ha ricordato, la popolazione scolastica è diminuita sensibilmente. È un fenomeno reale, che deve essere considerato nella programmazione degli organici ma che non necessariamente deve tradursi in una riduzione delle risorse destinate alla scuola. Secondo i dati ISTAT, nel 2025 in Italia sono nati 355.772 bambini, il 3,8 % in meno rispetto all’anno precedente. La fecondità ha raggiunto il nuovo minimo storico di 1,14 figli per donna. La denatalità è legata anche a difficoltà economiche, precarietà lavorativa, carenza di servizi per l’infanzia e ostacoli alla conciliazione tra lavoro e genitorialità; pertanto, la gestione non può prescindere da interventi sulle cause che la determinano.
Nel Mezzogiorno questa dinamica assume proporzioni particolarmente rilevanti. La contrazione della popolazione scolastica è più marcata rispetto al Centro-Nord e si intreccia con lo spopolamento, la mobilità dei giovani e la progressiva riduzione dei servizi nei territori più periferici. È una condizione che riguarda da vicino anche la provincia di Enna, dove la diminuzione degli abitanti e delle nuove generazioni si riflette sulla rete scolastica. I dati locali restituiscono un quadro eloquente. Tra il 2018 e il 2024 i residenti nella fascia tra i 25 e i 39 anni sono diminuiti del 13,9 per cento. Se si considera la fascia tra i 15 e i 34 anni, la perdita supera i 7.500 residenti nell’arco di dieci anni. Eppure, nello stesso periodo, la quota di giovani tra i 25 e i 39 anni con un titolo di studio terziario è passata dal 19,7 al 32,1 %. La presenza dell’Università Kore, con oltre novemila studenti, ha contribuito a rafforzare il ruolo della formazione e dei servizi nel tessuto economico locale. Ma questa crescita convive con una difficoltà ancora aperta: trattenere le nuove generazioni e offrire loro opportunità professionali nel territorio in cui hanno studiato.
In una provincia in cui il settore dei servizi ha un peso rilevante, scuola e università non sono soltanto luoghi di formazione: contribuiscono alla tenuta economica e sociale delle comunità. La presenza di un istituto scolastico sostiene attività, occupazione, mobilità e relazioni; nei centri più piccoli, la scuola è spesso uno dei pochi servizi pubblici rimasti. Ogni ridimensionamento può quindi produrre conseguenze che vanno oltre l’organizzazione interna degli istituti. Anche nell’Ennese la popolazione studentesca continua a diminuire: per l’anno scolastico in corso è stata segnalata una flessione di 320 alunni, con un totale di 18.881 studenti. Sul fronte del personale ATA, le unità indicate sono passate da 835 a 814. La riduzione degli organici, quindi, non è soltanto una prospettiva futura legata alla manovra, ma si inserisce in un processo già in corso. Negli anni precedenti, inoltre, il dimensionamento della rete scolastica ha interessato diversi istituti della provincia, con accorpamenti che hanno sollevato preoccupazioni per le ricadute organizzative e territoriali. È proprio in questo scenario che il calo demografico potrebbe diventare un’occasione per ripensare l’organizzazione scolastica. Meno studenti potrebbero significare classi meno numerose, più tempo per il recupero degli apprendimenti, un rafforzamento del sostegno e dell’inclusione, l’estensione del tempo pieno e maggiori opportunità laboratoriali. Una scuola con meno alunni potrebbe seguire meglio ciascuno, prestare maggiore attenzione alle fragilità e valorizzare le capacità individuali, ampliando le esperienze culturali, artistiche, musicali, teatrali e sportive. Perché questa possibilità diventi concreta, tuttavia, servono investimenti, personale e una precisa scelta politica.
La diminuzione della popolazione scolastica può essere affrontata come una ragione per ridimensionare il sistema oppure come un’opportunità per migliorarne la qualità. A fare la differenza sono le risorse che si decide di destinare alla scuola e gli obiettivi che si intendono perseguire. Il numero degli alunni, da solo, non può essere l’unico criterio per stabilire di quali servizi abbia bisogno un territorio. Nel corso dell’intervista, la sottosegretaria ha rivendicato gli interventi del governo, dai rinnovi contrattuali alle assunzioni, dai concorsi alle misure contro la dispersione scolastica. Ha richiamato anche i risultati ottenuti sul fronte dell’abbandono precoce: secondo il rapporto INVALSI 2026, il dato si è attestato all’8,2 % nel 2025, mentre per il 2026 la stima scende al 7,3 %. Un segnale positivo, da leggere distinguendo il dato rilevato dalla previsione. Ma proprio perché il contrasto alla dispersione resta una priorità, occorre considerare anche quali effetti possa avere la contrazione degli organici sulla capacità delle scuole di accompagnare gli studenti più esposti al rischio di abbandono. Alla domanda sul disagio manifestato dagli studenti scesi in piazza contro i tagli, Frassinetti ha risposto richiamando gli investimenti del PNRR, le risorse per l’edilizia scolastica e gli interventi sugli edifici. Sono aspetti importanti: ambienti sicuri, palestre e spazi adeguati contribuiscono alla qualità dell’esperienza scolastica. Ma il disagio degli studenti riguarda anche il rapporto con gli insegnanti, la possibilità di essere ascoltati, il sostegno nelle difficoltà, la qualità delle relazioni e le opportunità che la scuola è in grado di offrire.
La discussione dovrebbe quindi andare oltre la contrapposizione tra chi parla di tagli e chi contesta questa definizione. La questione non è soltanto terminologica. Una scuola che perde personale può perdere anche parte della propria capacità di rispondere ai bisogni degli studenti e del territorio. E questo vale anche quando non viene soppressa una cattedra curricolare. La manovra è ancora all’esame del Parlamento e ci sarà modo di discutere e, eventualmente, correggere le misure previste. Ma il punto da cui partire è che la scuola non può essere ridimensionata in proporzione al numero dei suoi utenti. È un investimento sul futuro di una comunità, soprattutto nei territori in cui la diminuzione della popolazione e delle nascite si accompagna già a una progressiva perdita di servizi e opportunità. Per la provincia di Enna, dove la formazione rappresenta una risorsa importante e la fuga dei giovani resta una questione aperta, la sfida è garantire una scuola capace di accompagnare chi resta, offrire opportunità a chi torna e consentire alle nuove generazioni di immaginare qui il proprio futuro. Meno studenti non dovrebbe significare necessariamente meno scuola. Potrebbe significare, al contrario, più attenzione, più tempo e maggiori possibilità per ciascuno. Il calo demografico è un dato con cui fare i conti; decidere come trasformarlo in un’opportunità è una responsabilità politica.



