di Irene Varveri Nicoletti
Il “Leone addormentato”, per citare un’immagine cara a una vecchia canzone per ragazzi, non si è soltanto svegliato: ha smesso di sussurrare. È il segnale di un passaggio di fase che in molti, ben oltre i confini della Chiesa, attendevano con impazienza. Lo scontro di questi giorni tra Papa Leone XIV e Donald Trump ha superato ogni protocollo diplomatico. Abbiamo assistito al consueto copione del Presidente: ha definito il Pontefice “debole”, ha rivendicato con il suo tipico narcisismo che senza di lui Leone XIV “non sarebbe in Vaticano “ed è arrivato a bollarne l’azione come “pessima in politica estera”. Con la solita strategia della delegittimazione, ha voluto minare l’autorevolezza morale dell’interlocutore per ridurre la questione a una mera rissa di basso profilo.
Stavolta, però, il meccanismo si è inceppato: il Papa non si è limitato a porgere l’altra guancia ma ha restituito una risposta di una nettezza inusuale. “Io non ho paura dell’amministrazione Trump”, ha dichiarato con fermezza. “Parlo del Vangelo e continuerò a parlare ad alta voce contro la guerra”. Ma è in un passaggio successivo che Leone XIV ha sferrato il colpo più profondo: “Non ho intenzione di entrare in un dibattito con lui”. Ed è questo che ha piacevolmente spiazzato: non una fuga, ma il rifiuto categorico di farsi ridurre a “personaggio politico” tra i tanti. A suggellare il tutto, una stoccata che suona come una condanna etica: “Non penso si possa abusare del Vangelo nel modo in cui alcune persone stanno facendo”. Una frase che colpisce dritto al cuore chi fa uso strumentale della fede per scopi populisti.
Era questa la risposta che molti stavano aspettando. Per mesi una parte del mondo cattolico ha vissuto in una sorta di sospensione, temendo che la Santa Sede restasse impigliata nelle maglie di una prudenza eccessiva. Sebbene la Chiesa non sia nuova alla denuncia della guerra, oggi la percezione è cambiata, si è fatta più nitida. Dire che Leone XIV si è “schierato” sarebbe un’analisi incompleta. Più correttamente, il Papa ha smesso di restare sullo sfondo. Ha scelto la visibilità che segna una continuità con il magistero di Francesco e la sua denuncia della “guerra a pezzi” e vi aggiunge una nuova spigolosità verbale.
L’ironia della storia vuole che sia stato proprio l’attacco scomposto di Trump a rendere tutto questo più evidente. Cercando di oscurare il Papa, il Presidente gli ha offerto il proscenio perfetto per dimostrare che la voce di Pietro non è accessorio della politica occidentale né degli interessi di parte. La vera notizia, dunque, non è lo scontro in sé: i papi e i re si sfidano da millenni. La notizia è che la risposta è arrivata esattamente nel momento in cui la coscienza collettiva ne avvertiva il bisogno, quasi a far da argine a deliri e sproloqui verbali d’oltreoceano.
Il tempo del silenzio è finito. Il Leone, finalmente, ha ruggito. E il suo ruggito promette di scuotere non solo le fondamenta del potere, ma anche le coscienze di chi pensava che la pace fosse solo un pio desiderio e non un dovere politico.



