Mi sono licenziata per paura: ho perso anche la Naspi?
Il racconto che segue è liberamente ispirato al messaggio Inps n. 2540 del 3 agosto 2026. Nomi, personaggi e dialoghi sono di fantasia e servono solo a spiegare in modo semplice una novità che riguarda tante persone; ogni somiglianza con fatti reali è casuale. Nei casi concreti resta sempre necessario rivolgersi a un professionista e leggere per intero il documento dell’Inps.
Capita più spesso di quanto si pensi: qualcuno lascia il lavoro non perché lo desidera, ma perché è l’unico modo per mettersi al sicuro. È il caso di Rosaria, che una mattina si è presentata al mio studio insieme all’amica Carmela. «Avvocato, ho dato le dimissioni per non incrociare più chi mi tormentava. Ho sbagliato a rinunciare pure al sussidio?». Vale la pena raccontare la nostra chiacchierata, perché su questo punto l’Inps ha appena detto qualcosa di nuovo.
Se mi dimetto, ho comunque diritto alla Naspi?
Parto dalle basi. La Naspi è pensata per chi resta senza lavoro senza averlo voluto: di regola, quindi, chi si dimette non la riceve. C’è però un’eccezione fondamentale, quella delle dimissioni per giusta causa. Lo dice l’articolo 3 del d.lgs. n. 22/2015, che richiama la giusta causa dell’articolo 2119 del codice civile: si ha quando succede qualcosa di così grave da rendere impossibile andare avanti, anche solo per poco tempo.
Cosa dice il messaggio Inps sulle vittime di violenza?
Carmela, che ascolta in silenzio, chiede a bassa voce se la storia dell’amica «conti» per l’Inps. Rispondo che sì, e che è proprio la novità: con il messaggio n. 2540 del 3 agosto 2026 l’Istituto ha riconosciuto che gli atti persecutori e la violenza di genere possono valere come giusta causa di dimissioni, anche se chi li compie non ha nulla a che fare con l’azienda. La decisione è arrivata con il parere favorevole del Ministero del Lavoro.
Ma se le dimissioni le ho firmate io, come possono essere «involontarie»?
È la domanda di Rosaria, ed è più che comprensibile. Le spiego che la firma, da sola, non racconta tutta la verità. Già nel 2002 la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 269, aveva stabilito che quando è il comportamento di un’altra persona a farti andare via, la disoccupazione resta involontaria. E la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 11051 del 2015, ha aggiunto che la giusta causa può dipendere anche da cause esterne al lavoro, compresa la salute, se rendono davvero impossibile restare.
Basta la denuncia per avere il sussidio?
Qui devo frenare l’entusiasmo. L’Inps precisa che la violenza, se rimane un fatto privato senza alcun aggancio con il lavoro, non basta da sola. Ci vuole un collegamento vero. Per esempio: la persona è stata così provata da non riuscire più a svolgere le proprie mansioni, oppure il percorso di ogni giorno per raggiungere il posto di lavoro è diventato pericoloso, per molestie o aggressioni che si ripetono. In casi simili, andarsene non è una scelta, è una necessità.
Quali documenti conviene mettere da parte?
Consiglio sempre di conservare tutto ciò che rende la situazione chiara e verificabile: querele e denunce, l’ammonimento del questore, gli eventuali provvedimenti di protezione, i referti medici e le certificazioni dello psicologo. Sono queste carte a dimostrare all’Inps il legame tra ciò che si è vissuto e l’impossibilità di continuare a lavorare.
Quali sono gli errori più comuni nella domanda?
Prima che se ne vadano, elenco a Rosaria e Carmela le trappole più frequenti. La prima è aspettare troppo: la domanda va inviata entro sessantotto giorni dalla fine del rapporto, poi non c’è più nulla da fare. La seconda è firmare dimissioni «generiche» senza specificare la giusta causa e senza raccogliere subito le prove. La terza è darla per vinta al primo «no» dell’Inps, quando spesso si può fare ricorso. E attenzione a non dimenticare la dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro, altrimenti il sussidio non parte.
Rosaria è andata via con le idee più chiare e con un peso in meno. Le ho ricordato una cosa semplice: proteggersi non deve costare anche la serenità economica. Per chi vuole capire meglio come funziona la domanda di Naspi dopo le dimissioni o quali sono i casi di giusta causa riconosciuti, ci sono spiegazioni più dettagliate; ma ogni storia, come quella di Rosaria, va guardata con attenzione.



