di Irene Varveri Nicoletti
CATANIA – È stata la grande tradizione del teatro siciliano ad animare il pomeriggio di domenica 29 marzo il palcoscenico del Teatro Metropolitan di Catania. La Nuova Compagnia Sipario Turi e Federica Amore ha riportato in scena, in due atti di travolgente comicità, “L’Aria del Continente”, dimostrando come il capolavoro di Nino Martoglio resti, a distanza di oltre un secolo, il termometro più preciso per misurare le velleità e i complessi della nostra terra. In una sala gremita, la storia di Don Cola Duscio ha confermato che il Teatro Popolare, quando è sorretto dalla sapienza del mestiere, diventa lo specchio capace di restituirci un’immagine autentica, filtrata dall’ironia e resa irresistibile dalla risata. Il fulcro dell’intera rappresentazione è stata la prova di Turi Amore, che ha saputo destreggiarsi mirabilmente nel doppio ruolo di attore protagonista e regista. Interpretare Don Cola significa infatti raccogliere l’eredità illustre e gloriosa dei grandi maestri che hanno reso immortale questo ruolo: dall’eccezionale mimica di Angelo Musco, alla maschera di Michele Abruzzo — tra i padri fondatori dello Stabile di Catania, capace di fondere riso e sottile sofferenza umana — fino alla maestosità di Turi Ferro. Amore ha onorato la loro lezione, mettendo a nudo la stupidità di certi uomini abbagliati che, convinti di aver decifrato il mondo dopo un breve soggiorno romano, finiscono per farsi incantare da un lustro artificiale.
È la satira feroce del maschio che si lascia ammaliare da un’abile manipolatrice, una sedicente donna “continentale” rivelatasi poi nient’altro che un cinico miraggio. Sotto la patina di eleganza di Milla Milord si nasconde infatti una spregiudicata avventuriera siciliana dai facili costumi, il cui unico obiettivo è il portafoglio dei malcapitati, puntando con calcolata freddezza all’acquisto di gioielli e al saccheggio delle finanze di chi, per troppa voglia di sentirsi “arrivati”, cade in una trappola tanto volgare quanto efficace. Uno dei momenti più alti della serata, che ha ribadito la simbiosi scenica tra i protagonisti, è stata la scena dell’intervento chirurgico. Qui la finzione l’azione ha ceduto il passo a un autentico virtuosismo fisico: Turi Amore, insieme a una strepitosa e ironica Mirella Petralia, ha ricostruito materialmente l’operazione subìta a Roma con un sincronismo perfetto. La straordinaria capacità del mimo ha trasformato il racconto dell’appendicite in un’opera di pura maestria gestuale, dove ogni taglio di bisturi è diventato visibile agli occhi del pubblico grazie alla sola forza del movimento. Fondamentale in questa lettura è stata la valorizzazione della lingua di Martoglio, utilizzata non come semplice dialetto, ma come lingua teatrale dotata di una forza espressiva nobile che smaschera la parlata artefatta di Don Cola.
L’uso dell’intercalare “Perdindirindina!” è diventato così il grimaldello per scardinare la personalità del protagonista, un modo di dire che “fa continente” ormai entrato nel DNA dei siciliani insieme alla celebre rivelazione della “continentale di Carrapipi”, termini usati ancora oggi per sbugiardare chi si dà arie senza motivo. La forza della rappresentazione è risieduta nella sua profonda coralità, sostenuta da un cast affiatato composto da Adele Ferlito (anche aiuto regista), Nuccio Nicastro, Claudio Jacobello, Raffaele Costanzo e Flavio Salluzzo. In questo riuscito gioco di squadra è spiccata la performance di Federica Amore, impegnata in un funambolico doppio ruolo: se come Clementina, la nipote del protagonista, ha incarnato la freschezza della gioventù, è nei panni della cameriera Ciccina che l’attrice ha compiuto un vero miracolo teatrale. Ciccina è stata una macchietta irresistibile: sorda e sciancata, Federica Amore l’ha animata con una fisicità estrema, rendendo ogni sua apparizione un momento di ilarità travolgente. Catania si conferma ancora una volta custode di una tradizione che sa ridere della propria vanità, ricordandoci che non esiste “aria” di continente capace di soffocare la nostra sicilianità.



